5 modi in cui immagino i lettori di Poetica di Viaggio in vacanza

Buon Viaggio!

Ve lo dico adesso, quando c’è ancora una micro-speranza che non siate già tutti partiti verso mete più o meno esotiche, troppo presi dalle vostre personali avventure di viaggio per leggere questo blog. E starete nell’ordine:

  1. scalando un vulcano indonesiano nel buio della notte illuminata soltanto dalle lucette frontali dei pochi altri pazzi che vi hanno seguito; il tutto per rimirare l’alba da un cucuzzolo infuocato;
  2. giocando a rimpiattino con i delfini nel meraviglioso mar dei Caraibi, immaginando di essere a bordo di un veliero spagnolo del ‘500 alla scoperta del Nuovo Mondo;
  3. in fila sul traghetto per Skopelos, mentre canticchiate le canzoni degli Abba sentendovi più bravi di Meryl Streep in Mamma Mia! 
  4. aspettando la Big Cahuna, la vostra onda perfetta, in una spiaggia Hawaiana mentre vi bevete una birra ghiacciata all’ombra della vegetazione rigogliosa che lambisce il bagnasciuga;
  5. scappando a gambe levate da un innocuo varano che, complice la lontananza e la malcelata agitazione per ogni cosa si muova su terra australiana, avete scambiato per un coccodrillo affamato.

Ci ho azzeccato? Scrivetemelo nei commenti, così magari viene fuori qualche suggerimento interessante per i miei prossimi vagabondaggi.

Con i nuovi post invece ci rivediamo a settembre 😀

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Malaysian Life #2 – Se piaci al proprietario, qualunque prezzo è possibile!

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28/11/2015 – Sono passate due settimane esatte dal mio atterraggio sul suolo malese. Ho comprato la piastra per capelli, un fohn e un set per la manicure. Ma questa è solo una minima parte dei cambiamenti che ho affrontato in queste prime settimane da expat.

Innanzitutto, dopo solo una settimana ho trovato la casa dei miei sogni asiatici. Ha tutto: accogliente, luminosa, vicino al centro e all’ufficio, sul tetto ha una palestra e una piscina con vista sulle Petronas – unica pecca: i fiori finti sparsi per tutta casa, a cui sto disperatamente cercando di abituarmi. Ma soprattutto posso permettermela! Questa è la cosa fantastica dell’Asia: generalmente è tutto abbastanza economico e se sai contrattare, riesci a spuntare prezzi per noi occidentali impensabili!

Io chiaramente a contrattare sono una capra e quindi ho lasciato a Charlotte, l’agente immobiliare che mi ha fissato l’appuntamento per vedere la casa, l’arduo compito. Lei da buona cinese-malese come prima cosa mi ha detto: “se piaci al proprietario, qualunque prezzo è possibile!”. In quel momento ho capito che era la donna che faceva per me.

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E non mi sono sbagliata per nulla. Diciamo anche che sono stata molto fortunata, visto che i proprietari di casa mia sono tra le persone a me estranee più premurose che io abbia mai conosciuto. Mi danno consigli culturali su come trattare con gli asiatici in ufficio; si preoccupano che esca da sola la sera e mi fanno raccomandazioni che neanche i miei genitori; si materializzano a casa prima di cena solo per consegnarmi tonnellate di utensili da cucina e oggetti d’arredamento nuovi di zecca. Io non ho mai affittato casa, ma questo comportamento mi sembra a dir poco raro. Credo, anzi ormai ne ho la certezza, che i miei padroni di casa mi abbiano spiritualmente adottato.

Intanto ho anche cominciato a lavorare nel nuovo ufficio. Giudizi lavorativi a parte – è ancora troppo presto e non ho elementi sufficienti – una cosa l’ho capita; e l’ho capita esattamente alle 14.30 del mio terzo giorno di lavoro, durante un brainstorming d’ufficio: ai Malesi piace mangiare. Ma non nel senso ricercato, quasi hipster, che intendiamo noi – e con noi intendo noi italiani. I Malesi non sono alla ricerca della prelibatezza introvabile, nè dell’armonia perfetta creata con sapori contrastanti. Loro sono bulimici. Mangiano ossessivamente, senza soluzione di continuità, passando dalla colazione alla pausa di metà mattina, al pranzo, alla pausa di metà pomeriggio, alla cena, il tutto inframmezzato da montagne di snack di ogni varietà.

A cuor leggero. Per quanto riguarda lo stomaco sto ancora cercando di capire.

Sri Lanka #4 – I Denti finti del Buddha

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Da Haputale a Kandy non si può non andare in treno (210 Rs). La tratta è una delle più affascinanti di tutto lo Sri Lanka. Passa attraverso le montagne e costeggia le piantagioni di tè offrendo panorami pazzeschi anche per me che soffro un po’ di vertigini. L’unico neo è che treni ce ne sono pochi e quindi l’affollamento è garantito, se poi come noi decidete di non prenotare in anticipo le carrozze di prima classe, state pur certi che le 8 ore di viaggio ve le farete per gran parte in piedi. Soprattutto se, come noi, a Kandy decidete di arrivarci nell’unica sera dell’anno in cui si trasforma nel centro dei pellegrinaggi buddhisti di tutta l’Asia: l’ultimo giorno della grande Hesala Perahera, ossia la grande parata che porta in giro per la città il Dente di Buddha, la reliquia buddhista più importante al mondo. Ci prepariamo per salire sul treno come fossimo in battaglia: osservazione dei locali per capire le loro mosse, divisione dei ranghi secondo la strategia ognuno-per-sé-Dio-per-tutti, che statisticamente dà più probabilità di riuscita, e posizionamento strategico vicino agli altri turisti, secondo l’altra ben nota strategia i-locali-non-li-freghi, quindi cerca una vittima alla tua portata, normalmente anziani o coppie di mezza età. Meglio stare lontani dalle famiglie con bambini, i genitori trovano energie insospettabili quando si tratta del benessere dei propri figli. Alla fine riusciamo a trovare un posto su quattro, finchè dopo qualche ora un’intera famiglia che sta per scendere ci fa segno di prendere i loro posti: una gentilezza sorprendente, ma all’ordine del giorno in Sri Lanka.

Tornando alla parata, in realtà, il dente “vero” non si muove dal tempio in cui è custodito: tutta la parata viene fatta con tante copie, che comunque non vengono mai mostrate. E dato che tutta questa pudicizia a noi occidentali non ci è proprio familiare, 1407766615802tutti noi quattro rimaniamo un po’ perplessi: tutto quel casino per dei denti finti! 
La sfilata in sé non è male: i denti sono portati in groppa ad elefanti enormi tutti ricoperti di tessuti colorati e lucine che rendono perfettamente l’atmosfera festosa: la gente, però, non sembra entusiasta, rimane molto composta, in un atteggiamento eccessivamente devoto: sarà che veniamo da un Paese in cui le emozioni si esprimono con una foga esagerata in qualunque occasione, ma non riusciamo a farci prendere. Tentiamo una maldestra fuga, senza considerare che siamo al centro del percorso circolare della parata e i poliziotti non ci permettono di uscirne fino alla conclusione, intorno a mezzanotte passata.

La nostra guesthouse Greenwoods, prenotata su consiglio dei nostri compagni di viaggio temporanei, si rivela una scelta eccellente: economica, vicina al centro della città, seppur affacciata sulla giungla, ottima colazione e la migliore camera di tutto il viaggio, dopo quella di Galle. La mattina mentre facciamo colazione vediamo anche una fila di circa 30 scimmie che dalla giungla si avviano verso la città e si fermano a spulciarsi proprio sul balcone della sala comune: (almost) into the wild!

Quel giorno come di rito ha piovuto; eh sì perché come ci ha spiegato il nostro padrone di casa, la parata è una tradizione centenaria che ha come obbiettivo la pioggia. Non so come sia andata in passato, ma devo dire che noi ce la siamo beccata tutta, la tanto desiderata pioggia. Così rinunciamo alla visita ai giardini botanici di Peradeniya, e optiamo per l’asciutto tempio del Sacro Dente (2000 Rs). Premettiamo che, sarà un mio problema ma i templi e l’iconografia buddhista non mi sconvolgono: non riesco ad estraniarmi completamente per minuti interi osservando uno stupa o una statua del Buddha nella posizione del fiore di loto, cosa che non andrà a mio vantaggio durante le visite al distretto culturale di Polonnaruwa. Però devo ammettere che il tempio del Sacro Dente vale una visita anche se non siete amanti dell’arte buddhista. Il palazzo è grande e al centro ospita il sacro Dente di Buddha talmente impacchettato nelle sue poliedriche e decoratissime protezioni da rimanere invisibile agli sguardi di turisti e pellegrini: in reltà anche fosse stato visibile la coda per ammirarlo è talmente lunga che non è possibile sostare davanti al reliquiario per più di 15 secondi esatti senza essere gentilmente invitati a proseguire da uno specifico addetto munito di cronometro. I giardini circostanti sono grandi e ben curati e durante i giorni della Parerha ospitano gli elefanti che si possono osservare non incatenati, almeno qui!

Più per il panorama sulla città, invece, consiglio una visita al tempio situato sulla collina di Kandy: anche senza il nome lo troverete facilmente visto che è sovrastato da una statua bianca del Buddha alta come una casa da 4 piani e si vede da ogni punto della città. Dopo la sfacchinata per raggiungerlo se vi viene fame, tornate sui vostri passi fino ai piedi della collina: all’incrocio sulla destra troverete un posticino vegetariano, con in vetrina una signora sorridente che cucina qualcosa di vagamente simile a crepes: sono masala dosa, deliziose crepes di lenticchie e riso condite con verdure freschissime saltate in padella e speziate. Spero vi piaccia il piccante!  

Post collegati: Sri Lanka; Sri Lanka #1 – Com’è cominciata; Sri Lanka #2 – “E ricorda, un elefante non dimentica niente!”; Sri Lanka #3 – Indovina chi viene..per il tè; Sri Lanka #5 – STUPAAAAA!!!

Li/z/etta..ma la ricetta?!

Stasera fettine panate?

Questo è quello che succede quando la nostra cuoca amatoriale multietnica Li/z/etta è in altre baby-faccende affaccendata. A sostituirla non ci penso neanche per un nano-secondo, e se mi conosceste non avresti dubbi nell’assecondare questa decisione.

Quindi ci rivedremo con questa rubrica deliziosa non appena la nostra Li/z/etta avrà trovato il suo nuovo equilibrio da mamma. Noi nel frattempo l’aspettiamo con l’acquolina in bocca. Sulla fiducia.

Tanti Auguri Li/z/etta!

Messico – Chiapas e Yucatán

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Questo è stato un viaggio di avvicinamento. Avvicinamento al continente sud-americano, dove non avevamo mai messo piede prima, e a un Paese, il Messico, che più di ogni altro, nelle nostre menti di italiani post-Puerto Escondido, si identifica con la ricerca della libertà, la scoperta di una vita radicalmente nuova, scandita da ritmi più umani. Ma soprattutto con il raggiungimento di quella consapevolezza profonda che ci aiuta a stabilire cosa è veramente importante per noi stessi, al di là di ogni aspettativa sociale.

Avvicinamento, dunque. Perché, ovviamente, nelle nostre 2 misere settimane di vacanza non abbiamo avuto nessuna illuminazione trascendentale riguardo questi temi così profondi; non abbiamo fatto in tempo! Eravamo troppo presi dalle faticosissime scarpinate per raggiungere le vette dei templi Maya disseminati nella giungla messicana al confine con il Guatemala. O dalle traversate al cardiopalma del Cañon del Sumidero, dove gli alligatori affamati, sempre allerta nelle profondità delle acque melmose, non aspettavano altro che il passo falso di qualche incauto turista. Oppure ancora, dalle discese nelle profondità di caverne buie, tagliate solo da sottili lame di luce, dove poterci rinfrescare tra le acque limpide dei cenotes sotterraei. Il tutto intervallato da lunghi spostamenti in aereo, autobus e traghetto, che ci hanno portato da Città del Messico fino a Isla Mujeres, passando per il Chiapas e lo Yucatán. Trovate la mappa dell’itinerario di viaggio qui.

Molto ancora ci sarebbe piaciuto vedere, da Puebla nel Nord del Paese, che si dice sia la cittadina da dove vengono tutti i cuochi messicani degli Stati Uniti, a Oaxaca, la capitale gastronomica del Messico, fino a Puerto Escondido, perché no, e a Boca del Cielo, località ancora più sperduta e incontaminata della costa pacifica messicana, destinazione dei protagonisti del film Y tu mamá, también di Alfonso Cuarón.

Ma come dicevo, questo è stato solo un avvicinamento.

Forse la prossima volta, percorrendo una strada polverosa che taglia il deserto messicano in direzione oceano Pacifico, saremo colti da quell’illuminazione profonda che fa vacillare le certezze e fa rimettere in discussione tutta la vita e che il Messico, grande Paese di frontiera, di conquista, dovrebbe ispirare.

Scheda del Viaggio

Quando: Aprile 2014

Durata: 2 settimane

Con chi: Marco, Sara e Luigi

Guida: Lonely Planet

Moneta: Peso Messicano

Film: Y tu mamá, también

Must see: Cañon del Sumidero, Chichen Itza, Cenotes, Isla Mujeres

Accessori indispensabili: pantaloni accorciabili; cappello a tesa larga e spirito d’avventura

Post collegati: Messico #1 – TBD; Messico #2 – TBD; Messico #3 – TBD; Messico #4 – TBD

Indonesia #1 – Una fastidiosa compagna di viaggio

ovvero quando la sfortuna ti si insinua in valigia.

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Questo è stato uno dei viaggi più movimentati della mia vita; l’ho detto. E dato che il buongiorno si vede dal mattino, anche l’inizio ci ha riservato qualche sorpresa logistica. Un’incomprensione con la nostra agenzia di viaggi preferita, Cercavacanze (faccio un po’ di pubblicità, perdonatemi!), ci costa uno scalo a Doha lungo una notte intera. Per fortuna la mitica Debby si fa perdonare subito, offrendoci una camera spaziale al Mövenpick, uno degli alberghi più fighi di Doha. Mica per niente sono i miei preferiti ;D Così facciamo buon viso a cattivo gioco e ci concediamo un po’ di lusso prima delle levatacce che ci attendono. Il mattino successivo, dopo una colazione da re, ripartiamo in direzione di Java.

Arriviamo a Jakarta di sera con l’intenzione di restarci il meno possibile: dai racconti di altri viaggiatori gli aggettivi più ricorrenti per descriverla sono dispersiva, trafficatissima e deludente. Non proprio incoraggianti, dunque.

Anche il primo incontro che facciamo appena usciti dall’aeroporto non è propriamente incoraggiante: il tassista che ci carica non ha idea di dove sia il nostro hotel, che in realtà è a meno di dieci minuti dall’aeroporto, e senza mai accendere il navigatore o ascoltare le nostre indicazioni – santo Google Maps! – inizia a girovagare senza meta per quella che sembra più di mezz’ora. Dopo aver visto lo stesso isolato per tre volte senza arrivare a nulla, ci facciamo più insistenti finché lui non si arrende a seguire i consigli di questi due stranieri e del loro aggeggio infernale. In cinque minuti siamo di fronte all’ingresso dell’hotel e il nostro tassista ha il coraggio di chiederci una maggiorazione perché ha fatto molta più strada rispetto a quello che pensava inizialmente. Non parliamo di grosse cifre, come sempre in Asia, quindi potremmo accontentarlo e chiudere così quella situazione spiacevole. Ma siamo stanchi e di cattivo umore e ci disturba il modo intransigente in cui il tassista evidentemente in torto pretenda di essere comunque pagato di più, solo perché siamo occidentali. Il risultato è che rischiamo di vedere i nostri zainoni sparire nella notte buia di Jakarta insieme al tassista indispettito. Per fortuna ci viene in soccorso la guardia del nostro hotel, che si avvicina e dopo averci chiesto qual è il problema, parla al tassista in indonesiano. Solo a quel punto lui si arrende e sempre mugugnando mezzo in indonesiano, mezzo in inglese, apre il bagagliaio.

Ok, siamo tutti d’accordo che non si giudica una città dal primo episodio frustrante che capita, ma, sarà la stanchezza, o la notte buia della periferia di Jakarta, ma quando poco dopo ci addormentiamo nella nostra camera da motel, non siamo dispiaciuti di non approfondire oltre la conoscenza di questa città.

Così non appena c’è luce ripartiamo con il primo volo AirAsia verso la nostra prima vera meta del viaggio, Yogyakarta, la capitale culturale di Java, che raggiungiamo, freschi e riposati, dopo “solo” due giorni di viaggio.

Yogyakarta

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Non sono una persona mattiniera, non lo sono mai stata. Figuriamoci in viaggio. Eppure ricorderò per sempre l’Indonesia come il viaggio in cui ho visto più albe di tutta la mia vita. Come mai questo cambio di rotta? Semplice: paura. Mi spiego meglio. Dopo lo stop di una notte a Doha, dopo i due giorni di viaggio e il jet lag ancora in canna, dopo l’incontro con il tassista ruba-zainoni di Jakarta, arrivati Yogya ci permettiamo un sonnellino dopo pranzo prima di partire alla volta del centro storico, pensando di aver ormai scontato la nostra dose di bad luck. E invece, questo sonnellino si rivelerà un azzardo che ci costerà caro. Eh sì, perché a Yogyakarta, ma scopriamo che questa è un’abitudine di tutta l’Indonesia – per lo meno quella che visiteremo noi – tutte le attrazioni turistiche chiudono alle 16. E così addio Kraton, il Palazzo del Sultano; non riusciremo mai a vedere lo splendore dei tuoi lussuosi corridoi, degli spaziosi cortili interni e i tocchi europei che impreziosiscono i decori Javanesi dei tuoi ricchi padiglioni. Tanti cari saluti Pasar Ngasem, Mercato degli Uccelli; quando arriviamo noi tutti gli uccelli buoni sono stati venduti e quelli invenduti restano zitti nelle loro gabbie per far credere a tutti di non essere più lì. Persino il Taman Sari, Palazzo d’acqua, che un tempo serviva da fresco rifugio al Sultano e al suo entourage, sta chiudendo e non ci fanno più neanche avvicinare all’ingresso.

Capite che dopo un simile trauma, la sveglia prima dell’alba per tutto il resto del viaggio ci è sembrata un’opzione sensata.

Ma tornando al Taman Sari: come vi dicevo, ci stiamo per arrendere e tornare sconsolati nella piazza principale davanti al Kraton, dove già pianifichiamo di passare a turno tra i due alberi giganti che si stagliano in mezzo alla piazza, nella speranza di allontanare questa bad luck che ci sta perseguitando dall’inizio del viaggio – secondo il folclore locale, infatti, dovrebbero portare fortuna a chi è abbastanza temerario da attraversarli. Ma proprio mentre ci stiamo allontanando con lo sguardo dei cagnoloni appena sgridati dal padrone, un arzillo vecchietto si avvicina con fare baldanzoso: “Volete vedere le piscine reali?” “Ma sono chiuse” replichiamo noi. “Non preoccupatevi, venite con me che conosco un’altra entrata. Casa mia confina proprio con il Taman Sari, venite, venite!”.

Ora: sappiamo che ci sta fregando. Sappiamo che se ci va bene vuole semplicemente venderci qualcosa. Se ci va male, bè, i suoi nipotini saranno dietro l’angolo pronti a derubarci. Ma considerata l’altezza media degli indonesiani, a cui il nostro arzillo vecchietto non sfugge, e considerato che le mie due guardie del corpo sono alte quasi due metri, decidiamo di correre il rischio. Ed è a questo punto che la nostra bad luck inizia a svanire.

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Il nostro arzillo vecchietto vuole effettivamente venderci la sua paccottiglia turistica, che non degniamo del minimo sguardo, e chiaramente non ha le chiavi della porta sul retro del Taman Sari. Ma si dà il caso che il suo terrazzino confini con le piscine più belle del Palazzo d’Acqua e lui orgogliosissimo ci permette di buttare un occhio all’interno del luogo dove per generazioni i sultani Javanesi venivano a rilassarsi e rinfrescarsi, nel momento della giornata in cui la luce dorata del tramonto si riflette sulle piscine azzurre, trasformando l’acqua cristallina in verde smeraldo. Ci permette di vederle nel momento in cui mai avremmo potuto vederle, se avessimo seguito i canali regolari di visita. Totally worth it! Per questo una bella mancia all’arzillo vecchietto non l’ha tolta nessuno.

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Tornando verso casa ci fermiamo nella piazza di fronte al Kraton, che nel frattempo si è popolata di famiglie e gruppi di ragazzi e di anziani che fanno pic-nic sul manto erboso di fronte al palazzo del sultano. È già buio e le uniche luci che ci circondano sono degli scheletri di auto illuminate da led coloratissimi che girano ossessivamente la piazza a mo’ di giostra, portando giovani coppie, famigliole con bambini e impavidi turisti occidentali. Il morale torna alto, ma giusto per non rischiare, in mezzo a quello spettacolo luccicante, ci mettiamo in fila uno per uno e, al nostro turno, attraversiamo i due alberi in mezzo alla piazza.

Domani non potrà che essere un giorno fortunato!

Post collegati: Indonesia – Java, Bali e Isole Gili; Indonesia #2 – TBD; Indonesia 3# – TBD

8 ragioni per cui Berlino è meglio di Londra e Parigi

Ok, ma aspettate prima di fucilarmi in pubblica piazza! Leggete il seguito e poi ditemi se non ho ragione ;P

1. È economica, davvero! – un intero appartamento con vetrata affacciata su Alexanderplatz (il centrissimo di Berlino) ci è costato un decimo rispetto a una qualunque pidocchiosissima stanzetta nei dintorni del centro di Londra: bad bugs, bagno ammuffito e moquette pisciata esclusi!

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2. Ha un’eleganza accessibile e piena di vita – avete presente quella sensazione di trovarsi in un dipinto, che spesso si prova visitando il centro di Parigi? Fantastico! Peccato che spesso a questa sensazione se ne accompagni un’altra, meno piacevole, di trovarsi dietro un cordone di velluto rosso che non ci permette di fare veramente parte di quel bel dipinto, ma solo di osservarlo da lontano. Bè dimenticatevi di tutto questo, perché a Berlino vi sembrerà di trovarvi in mezzo a un set cinematografico, brulicante di comparse, tecnici e attori. I registi, chiaramente, siete voi!

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3. Imprevedibilmente giovane – la percentuale di giovani tra i 20 e i 30 anni in città è altissima, tanto che se ci tornassi adesso forse mi sentirei una vecchia carampana (e probabilmente a ragione)!

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Se avete superato i 30 – e da un bel pezzo anche – potete ritrovare il 20enne che è in voi scatenandovi a ritmo di musica elettronica in uno dei tanti locali alternativi della città, o riempiendovi gli occhi con i più (e meno) famosi pezzi di street art d’Europa,

oppure facendo shopping nei tanti negozietti hipster..dite pure addio a Zara, Mango ed H&M, qui sono assolutamente superflui.

4. La popolazione maschile è nettamente più avvenente di quella femminile – intanto addio alla classica sensazione da vacanza ma-cosa-diavolo-pensavo-quando-ho-fatto-la-valigia-il-carlino-della-mia-vicina-in-confronto-sembra-un-concentrato-di-stile! E poi bè ovviamente preparatevi a una caterva di sguardi ammiccanti: attenti solo a non esagerare che potrebbero prenderla male e denunciarvi per stalking o peggio (v. punto precedente); per non sbagliare cambiate spesso soggetto!

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5. Bike-friendly – forse anche questo dipende dall’alta percentuale di cittadini giovani. Potete raggiungere ogni punto della città in bici e anche se siete turisti è facilissimo (ed economico) affittarle. Se poi vi piacciono i parchi dove le auto sono bandite e i lungo-fiume pieni di localini, magari dentro le chiatte attraccate ai moli, avete trovato il posto perfetto per voi!

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6. Mantiene un’anima mediterranea – la sua innata rilassatezza la avvicina di più a quella che un tempo era la Dolce Vita italiana che all’idea di produttività tedesca a cui siamo abituati. Provate a chiedere a un qualunque berlinese se rinuncerebbe mai al suo quotidiano kaffee und kuchen nel dehors di uno dei mille caffè sparsi per tutta la città. Neanche il gelo lo fermerebbe! Tanto oltre ai funghi riscaldanti si può contare anche sulle coperte di lana. Tranquilli non dovete portarvele da casa, ve le offrono direttamente i locali.

7. Può contare su una determinazione da sopravvissuta – le ferite lasciate dal passato nazista, sia quelle fisiche con interi quartieri completamente distrutti, sia quelle morali, come il senso di colpa per l’olocausto, sono state un’occasione di rinascita della città che è riuscita a reinventarsi unendo la determinazione a voler essere diversa, alla consapevolezza che per andare verso il futuro è necessario ricordare il passato, soprattutto quello più doloroso.

8. Il kurriwurst – altro che junk food americano, qui siamo su tutto un altro livello!

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Lecker!

Scheda del viaggio

Quando: maggio 2011

Durata: 4 giorni

Con chi: Marco

Guida: Lonely Planet

Film: Soul Kitchen