5 modi in cui immagino i lettori di Poetica di Viaggio in vacanza

Buon Viaggio!

Ve lo dico adesso, quando c’è ancora una micro-speranza che non siate già tutti partiti verso mete più o meno esotiche, troppo presi dalle vostre personali avventure di viaggio per leggere questo blog. E starete nell’ordine:

  1. scalando un vulcano indonesiano nel buio della notte illuminata soltanto dalle lucette frontali dei pochi altri pazzi che vi hanno seguito; il tutto per rimirare l’alba da un cucuzzolo infuocato;
  2. giocando a rimpiattino con i delfini nel meraviglioso mar dei Caraibi, immaginando di essere a bordo di un veliero spagnolo del ‘500 alla scoperta del Nuovo Mondo;
  3. in fila sul traghetto per Skopelos, mentre canticchiate le canzoni degli Abba sentendovi più bravi di Meryl Streep in Mamma Mia! 
  4. aspettando la Big Cahuna, la vostra onda perfetta, in una spiaggia Hawaiana mentre vi bevete una birra ghiacciata all’ombra della vegetazione rigogliosa che lambisce il bagnasciuga;
  5. scappando a gambe levate da un innocuo varano che, complice la lontananza e la malcelata agitazione per ogni cosa si muova su terra australiana, avete scambiato per un coccodrillo affamato.

Ci ho azzeccato? Scrivetemelo nei commenti, così magari viene fuori qualche suggerimento interessante per i miei prossimi vagabondaggi.

Con i nuovi post invece ci rivediamo a settembre 😀

Sri Lanka #4 – I Denti finti del Buddha

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Da Haputale a Kandy non si può non andare in treno (210 Rs). La tratta è una delle più affascinanti di tutto lo Sri Lanka. Passa attraverso le montagne e costeggia le piantagioni di tè offrendo panorami pazzeschi anche per me che soffro un po’ di vertigini. L’unico neo è che treni ce ne sono pochi e quindi l’affollamento è garantito, se poi come noi decidete di non prenotare in anticipo le carrozze di prima classe, state pur certi che le 8 ore di viaggio ve le farete per gran parte in piedi. Soprattutto se, come noi, a Kandy decidete di arrivarci nell’unica sera dell’anno in cui si trasforma nel centro dei pellegrinaggi buddhisti di tutta l’Asia: l’ultimo giorno della grande Hesala Perahera, ossia la grande parata che porta in giro per la città il Dente di Buddha, la reliquia buddhista più importante al mondo. Ci prepariamo per salire sul treno come fossimo in battaglia: osservazione dei locali per capire le loro mosse, divisione dei ranghi secondo la strategia ognuno-per-sé-Dio-per-tutti, che statisticamente dà più probabilità di riuscita, e posizionamento strategico vicino agli altri turisti, secondo l’altra ben nota strategia i-locali-non-li-freghi, quindi cerca una vittima alla tua portata, normalmente anziani o coppie di mezza età. Meglio stare lontani dalle famiglie con bambini, i genitori trovano energie insospettabili quando si tratta del benessere dei propri figli. Alla fine riusciamo a trovare un posto su quattro, finchè dopo qualche ora un’intera famiglia che sta per scendere ci fa segno di prendere i loro posti: una gentilezza sorprendente, ma all’ordine del giorno in Sri Lanka.

Tornando alla parata, in realtà, il dente “vero” non si muove dal tempio in cui è custodito: tutta la parata viene fatta con tante copie, che comunque non vengono mai mostrate. E dato che tutta questa pudicizia a noi occidentali non ci è proprio familiare, 1407766615802tutti noi quattro rimaniamo un po’ perplessi: tutto quel casino per dei denti finti! 
La sfilata in sé non è male: i denti sono portati in groppa ad elefanti enormi tutti ricoperti di tessuti colorati e lucine che rendono perfettamente l’atmosfera festosa: la gente, però, non sembra entusiasta, rimane molto composta, in un atteggiamento eccessivamente devoto: sarà che veniamo da un Paese in cui le emozioni si esprimono con una foga esagerata in qualunque occasione, ma non riusciamo a farci prendere. Tentiamo una maldestra fuga, senza considerare che siamo al centro del percorso circolare della parata e i poliziotti non ci permettono di uscirne fino alla conclusione, intorno a mezzanotte passata.

La nostra guesthouse Greenwoods, prenotata su consiglio dei nostri compagni di viaggio temporanei, si rivela una scelta eccellente: economica, vicina al centro della città, seppur affacciata sulla giungla, ottima colazione e la migliore camera di tutto il viaggio, dopo quella di Galle. La mattina mentre facciamo colazione vediamo anche una fila di circa 30 scimmie che dalla giungla si avviano verso la città e si fermano a spulciarsi proprio sul balcone della sala comune: (almost) into the wild!

Quel giorno come di rito ha piovuto; eh sì perché come ci ha spiegato il nostro padrone di casa, la parata è una tradizione centenaria che ha come obbiettivo la pioggia. Non so come sia andata in passato, ma devo dire che noi ce la siamo beccata tutta, la tanto desiderata pioggia. Così rinunciamo alla visita ai giardini botanici di Peradeniya, e optiamo per l’asciutto tempio del Sacro Dente (2000 Rs). Premettiamo che, sarà un mio problema ma i templi e l’iconografia buddhista non mi sconvolgono: non riesco ad estraniarmi completamente per minuti interi osservando uno stupa o una statua del Buddha nella posizione del fiore di loto, cosa che non andrà a mio vantaggio durante le visite al distretto culturale di Polonnaruwa. Però devo ammettere che il tempio del Sacro Dente vale una visita anche se non siete amanti dell’arte buddhista. Il palazzo è grande e al centro ospita il sacro Dente di Buddha talmente impacchettato nelle sue poliedriche e decoratissime protezioni da rimanere invisibile agli sguardi di turisti e pellegrini: in reltà anche fosse stato visibile la coda per ammirarlo è talmente lunga che non è possibile sostare davanti al reliquiario per più di 15 secondi esatti senza essere gentilmente invitati a proseguire da uno specifico addetto munito di cronometro. I giardini circostanti sono grandi e ben curati e durante i giorni della Parerha ospitano gli elefanti che si possono osservare non incatenati, almeno qui!

Più per il panorama sulla città, invece, consiglio una visita al tempio situato sulla collina di Kandy: anche senza il nome lo troverete facilmente visto che è sovrastato da una statua bianca del Buddha alta come una casa da 4 piani e si vede da ogni punto della città. Dopo la sfacchinata per raggiungerlo se vi viene fame, tornate sui vostri passi fino ai piedi della collina: all’incrocio sulla destra troverete un posticino vegetariano, con in vetrina una signora sorridente che cucina qualcosa di vagamente simile a crepes: sono masala dosa, deliziose crepes di lenticchie e riso condite con verdure freschissime saltate in padella e speziate. Spero vi piaccia il piccante!  

Post collegati: Sri Lanka; Sri Lanka #1 – Com’è cominciata; Sri Lanka #2 – “E ricorda, un elefante non dimentica niente!”; Sri Lanka #3 – Indovina chi viene..per il tè; Sri Lanka #5 – STUPAAAAA!!!

Messico – Chiapas e Yucatán

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Questo è stato un viaggio di avvicinamento. Avvicinamento al continente sud-americano, dove non avevamo mai messo piede prima, e a un Paese, il Messico, che più di ogni altro, nelle nostre menti di italiani post-Puerto Escondido, si identifica con la ricerca della libertà, la scoperta di una vita radicalmente nuova, scandita da ritmi più umani. Ma soprattutto con il raggiungimento di quella consapevolezza profonda che ci aiuta a stabilire cosa è veramente importante per noi stessi, al di là di ogni aspettativa sociale.

Avvicinamento, dunque. Perché, ovviamente, nelle nostre 2 misere settimane di vacanza non abbiamo avuto nessuna illuminazione trascendentale riguardo questi temi così profondi; non abbiamo fatto in tempo! Eravamo troppo presi dalle faticosissime scarpinate per raggiungere le vette dei templi Maya disseminati nella giungla messicana al confine con il Guatemala. O dalle traversate al cardiopalma del Cañon del Sumidero, dove gli alligatori affamati, sempre allerta nelle profondità delle acque melmose, non aspettavano altro che il passo falso di qualche incauto turista. Oppure ancora, dalle discese nelle profondità di caverne buie, tagliate solo da sottili lame di luce, dove poterci rinfrescare tra le acque limpide dei cenotes sotterraei. Il tutto intervallato da lunghi spostamenti in aereo, autobus e traghetto, che ci hanno portato da Città del Messico fino a Isla Mujeres, passando per il Chiapas e lo Yucatán. Trovate la mappa dell’itinerario di viaggio qui.

Molto ancora ci sarebbe piaciuto vedere, da Puebla nel Nord del Paese, che si dice sia la cittadina da dove vengono tutti i cuochi messicani degli Stati Uniti, a Oaxaca, la capitale gastronomica del Messico, fino a Puerto Escondido, perché no, e a Boca del Cielo, località ancora più sperduta e incontaminata della costa pacifica messicana, destinazione dei protagonisti del film Y tu mamá, también di Alfonso Cuarón.

Ma come dicevo, questo è stato solo un avvicinamento.

Forse la prossima volta, percorrendo una strada polverosa che taglia il deserto messicano in direzione oceano Pacifico, saremo colti da quell’illuminazione profonda che fa vacillare le certezze e fa rimettere in discussione tutta la vita e che il Messico, grande Paese di frontiera, di conquista, dovrebbe ispirare.

Scheda del Viaggio

Quando: Aprile 2014

Durata: 2 settimane

Con chi: Marco, Sara e Luigi

Guida: Lonely Planet

Moneta: Peso Messicano

Film: Y tu mamá, también

Must see: Cañon del Sumidero, Chichen Itza, Cenotes, Isla Mujeres

Accessori indispensabili: pantaloni accorciabili; cappello a tesa larga e spirito d’avventura

Post collegati: Messico #1 – TBD; Messico #2 – TBD; Messico #3 – TBD; Messico #4 – TBD

Indonesia #1 – Una fastidiosa compagna di viaggio

ovvero quando la sfortuna ti si insinua in valigia.

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Questo è stato uno dei viaggi più movimentati della mia vita; l’ho detto. E dato che il buongiorno si vede dal mattino, anche l’inizio ci ha riservato qualche sorpresa logistica. Un’incomprensione con la nostra agenzia di viaggi preferita, Cercavacanze (faccio un po’ di pubblicità, perdonatemi!), ci costa uno scalo a Doha lungo una notte intera. Per fortuna la mitica Debby si fa perdonare subito, offrendoci una camera spaziale al Mövenpick, uno degli alberghi più fighi di Doha. Mica per niente sono i miei preferiti ;D Così facciamo buon viso a cattivo gioco e ci concediamo un po’ di lusso prima delle levatacce che ci attendono. Il mattino successivo, dopo una colazione da re, ripartiamo in direzione di Java.

Arriviamo a Jakarta di sera con l’intenzione di restarci il meno possibile: dai racconti di altri viaggiatori gli aggettivi più ricorrenti per descriverla sono dispersiva, trafficatissima e deludente. Non proprio incoraggianti, dunque.

Anche il primo incontro che facciamo appena usciti dall’aeroporto non è propriamente incoraggiante: il tassista che ci carica non ha idea di dove sia il nostro hotel, che in realtà è a meno di dieci minuti dall’aeroporto, e senza mai accendere il navigatore o ascoltare le nostre indicazioni – santo Google Maps! – inizia a girovagare senza meta per quella che sembra più di mezz’ora. Dopo aver visto lo stesso isolato per tre volte senza arrivare a nulla, ci facciamo più insistenti finché lui non si arrende a seguire i consigli di questi due stranieri e del loro aggeggio infernale. In cinque minuti siamo di fronte all’ingresso dell’hotel e il nostro tassista ha il coraggio di chiederci una maggiorazione perché ha fatto molta più strada rispetto a quello che pensava inizialmente. Non parliamo di grosse cifre, come sempre in Asia, quindi potremmo accontentarlo e chiudere così quella situazione spiacevole. Ma siamo stanchi e di cattivo umore e ci disturba il modo intransigente in cui il tassista evidentemente in torto pretenda di essere comunque pagato di più, solo perché siamo occidentali. Il risultato è che rischiamo di vedere i nostri zainoni sparire nella notte buia di Jakarta insieme al tassista indispettito. Per fortuna ci viene in soccorso la guardia del nostro hotel, che si avvicina e dopo averci chiesto qual è il problema, parla al tassista in indonesiano. Solo a quel punto lui si arrende e sempre mugugnando mezzo in indonesiano, mezzo in inglese, apre il bagagliaio.

Ok, siamo tutti d’accordo che non si giudica una città dal primo episodio frustrante che capita, ma, sarà la stanchezza, o la notte buia della periferia di Jakarta, ma quando poco dopo ci addormentiamo nella nostra camera da motel, non siamo dispiaciuti di non approfondire oltre la conoscenza di questa città.

Così non appena c’è luce ripartiamo con il primo volo AirAsia verso la nostra prima vera meta del viaggio, Yogyakarta, la capitale culturale di Java, che raggiungiamo, freschi e riposati, dopo “solo” due giorni di viaggio.

Yogyakarta

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Non sono una persona mattiniera, non lo sono mai stata. Figuriamoci in viaggio. Eppure ricorderò per sempre l’Indonesia come il viaggio in cui ho visto più albe di tutta la mia vita. Come mai questo cambio di rotta? Semplice: paura. Mi spiego meglio. Dopo lo stop di una notte a Doha, dopo i due giorni di viaggio e il jet lag ancora in canna, dopo l’incontro con il tassista ruba-zainoni di Jakarta, arrivati Yogya ci permettiamo un sonnellino dopo pranzo prima di partire alla volta del centro storico, pensando di aver ormai scontato la nostra dose di bad luck. E invece, questo sonnellino si rivelerà un azzardo che ci costerà caro. Eh sì, perché a Yogyakarta, ma scopriamo che questa è un’abitudine di tutta l’Indonesia – per lo meno quella che visiteremo noi – tutte le attrazioni turistiche chiudono alle 16. E così addio Kraton, il Palazzo del Sultano; non riusciremo mai a vedere lo splendore dei tuoi lussuosi corridoi, degli spaziosi cortili interni e i tocchi europei che impreziosiscono i decori Javanesi dei tuoi ricchi padiglioni. Tanti cari saluti Pasar Ngasem, Mercato degli Uccelli; quando arriviamo noi tutti gli uccelli buoni sono stati venduti e quelli invenduti restano zitti nelle loro gabbie per far credere a tutti di non essere più lì. Persino il Taman Sari, Palazzo d’acqua, che un tempo serviva da fresco rifugio al Sultano e al suo entourage, sta chiudendo e non ci fanno più neanche avvicinare all’ingresso.

Capite che dopo un simile trauma, la sveglia prima dell’alba per tutto il resto del viaggio ci è sembrata un’opzione sensata.

Ma tornando al Taman Sari: come vi dicevo, ci stiamo per arrendere e tornare sconsolati nella piazza principale davanti al Kraton, dove già pianifichiamo di passare a turno tra i due alberi giganti che si stagliano in mezzo alla piazza, nella speranza di allontanare questa bad luck che ci sta perseguitando dall’inizio del viaggio – secondo il folclore locale, infatti, dovrebbero portare fortuna a chi è abbastanza temerario da attraversarli. Ma proprio mentre ci stiamo allontanando con lo sguardo dei cagnoloni appena sgridati dal padrone, un arzillo vecchietto si avvicina con fare baldanzoso: “Volete vedere le piscine reali?” “Ma sono chiuse” replichiamo noi. “Non preoccupatevi, venite con me che conosco un’altra entrata. Casa mia confina proprio con il Taman Sari, venite, venite!”.

Ora: sappiamo che ci sta fregando. Sappiamo che se ci va bene vuole semplicemente venderci qualcosa. Se ci va male, bè, i suoi nipotini saranno dietro l’angolo pronti a derubarci. Ma considerata l’altezza media degli indonesiani, a cui il nostro arzillo vecchietto non sfugge, e considerato che le mie due guardie del corpo sono alte quasi due metri, decidiamo di correre il rischio. Ed è a questo punto che la nostra bad luck inizia a svanire.

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Il nostro arzillo vecchietto vuole effettivamente venderci la sua paccottiglia turistica, che non degniamo del minimo sguardo, e chiaramente non ha le chiavi della porta sul retro del Taman Sari. Ma si dà il caso che il suo terrazzino confini con le piscine più belle del Palazzo d’Acqua e lui orgogliosissimo ci permette di buttare un occhio all’interno del luogo dove per generazioni i sultani Javanesi venivano a rilassarsi e rinfrescarsi, nel momento della giornata in cui la luce dorata del tramonto si riflette sulle piscine azzurre, trasformando l’acqua cristallina in verde smeraldo. Ci permette di vederle nel momento in cui mai avremmo potuto vederle, se avessimo seguito i canali regolari di visita. Totally worth it! Per questo una bella mancia all’arzillo vecchietto non l’ha tolta nessuno.

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Tornando verso casa ci fermiamo nella piazza di fronte al Kraton, che nel frattempo si è popolata di famiglie e gruppi di ragazzi e di anziani che fanno pic-nic sul manto erboso di fronte al palazzo del sultano. È già buio e le uniche luci che ci circondano sono degli scheletri di auto illuminate da led coloratissimi che girano ossessivamente la piazza a mo’ di giostra, portando giovani coppie, famigliole con bambini e impavidi turisti occidentali. Il morale torna alto, ma giusto per non rischiare, in mezzo a quello spettacolo luccicante, ci mettiamo in fila uno per uno e, al nostro turno, attraversiamo i due alberi in mezzo alla piazza.

Domani non potrà che essere un giorno fortunato!

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Canarie #2 – Welcome to the Moon

Un giorno intero; è questo il tempo che abbiamo impiegato per girare in lungo e in largo il Parque Nacional del Timanfaya, una spettacolare distesa di rocce nere di lava fusa, vulcani e montagnole varie di circa 50 kmq. Dal centro del Timanfaya alla fine del 1700 iniziò l’eruzione vulcanica più spaventosa della storia dell’isola che durò 6 anni in tutto e si lasciò alle spalle terra nera, brulla, nuove montagne e nulla più. La camera di magma bollente da cui si scatenò tutto questo, lungi dall’essersi spenta, è ancora oggi attivissima a soli 4 km dalla superficie, cosa che interferisce con la proliferazione di vegetazione, se si escludono coraggiosissimi licheni evidentemente amanti delle temperature infernali.

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Dopo il giro in autobus di 14 km attraverso la Ruta de los Vulcanos non sono andata troppo lontana dallo scoprire come si doveva essere sentito Neil Armostrong quando, ancora al sicuro dentro l’Apollo 11, guardava la distesa di rocce lunari di fronte a sé aspettando di metterci piede per la prima volta. Quella centenaria desolazione tutt’intorno ti fa sentire così estraneo, così temporaneo, da voler scappare lontano il prima possibile, preferibilmente verso un enorme supermercato affollato. Allo stesso tempo, però, lo strano fascino che soltanto i disastri naturali, anche vecchi di secoli, sanno emanare, ti tiene inchiodato al sedile dell’autobus, tanto che quasi ti dispiace che il giro duri solo mezz’oretta.

Quella sera al ritorno dal parco, per riprenderci da tutta quella desolazione naturale, ci siamo concessi un piccolo lusso: una cenetta rilassata al ristorante Hesperides, dentro una delle case tradizionali della cittadina di Teguise. Il locale dall’atmosfera marocchina è gestito da un canario e un francese e propone una cucina fusion ricercata che spazia dal pesce alla carne, ai formaggi di capra.

La costa Occidentale

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Il giorno dopo, appena arrivati allo stagno verde, il Charco de los Clicos, su una delle spiagge nere più selvagge del’isola, la prima cosa che pensiamo è che mai nella vita ci sarebbe passato per la testa di fare il bagno nello stagno, che sembra un esperimento scientifico mal riuscito della centrale nucleare del Signor Burns. Eppure qualcuno prima di noi avrà pensato fosse un’ottima idea tuffarsi in quelle acque verde evidenziatore, visto che hanno dovuto addirittura recintarlo per impedire alla gente di avvicinarsi troppo. Ma gente spericolata ce n’è parecchia e, infatti, non appena giriamo lo sguardo verso l’oceano vediamo un ragazzo che a mani nude, si sta arrampicando su una roccia alta almeno 2 piani che sembra un meteorite caduto dal cielo proprio a segnare il confine tra la spiaggia e l’oceano. Restiamo a guardarlo finché non arriva in cima e senza neanche un urletto di soddisfazione si siede a rimirare le onde create dalle correnti. Non restiamo per vedere la discesa, che tra l’altro sembra più insidiosa della salita: siamo già in macchina in direzione Salinas de Janubio, che formano un’enorme scacchiera a cielo aperto, e Punta del Papagayo, l’estremità sud orientale dell’isola.

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Mi sono sempre piaciuti da matti i fari e in generale le appendici di terra ultimo baluardo solido prima dello sconfinato blu dell’oceano. In questo viaggio ne vedremo tanti di luoghi come questi e Punta del Papapgayo non fa eccezione: la strada asfaltata che a poco a poco lascia il posto a un sentiero sconnesso e polveroso, la vegetazione che scarseggia a mano a mano che ci avviciniamo alla punta e il vento che senza ostacoli diventa sempre più forte e profumato di mare.

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Penso a quanti sentimenti contrastanti avrà provocato questo luogo nei secoli agli abitanti dell’isola; tra terrore per l’ignoto e quella spinta curiosa a conoscere cosa c’è al di là dell’oceano. Tra il coraggio di andare, di superare i limiti imposti dalla geografia e il coraggio di restare e affrontare le sfide poste dall’isola stessa, sapendo che fallire è morire. Gente dura, questi isolani, gente che non si arrende.

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Vietnam e Cambogia #4 – I vizi della Capitale: caffè, skybar e crociere sul Mekong

“Stiamo dunque attraversando un braccio del Mekong, sul traghetto tra Vinhlong e Sadec, nella grande pianura di fango e di riso del sud della Cocincina, la pianura degli Uccelli.

Scendo dall’autobus, mi avvicino al parapetto, guardo il fiume. Mia madre mi dice a volte che mai, in tutta la vita, vedrò fiumi belli come questi, grandi, selvaggi come il Mekong e i suoi bracci che scendono verso gli oceani, distese d’acqua che spariscono nelle profondità degli oceani. Nel paesaggio piatto a perdita d’occhio questi fiumi scorrono veloci, si riversano in mare come se la terra si inclinasse.”

L’Amante – Marguerite Duras

Saigon

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Ho Chi Minh City, o Saigon, se vogliamo chiamarla con il suo elegante nome più antico, è, come ci si aspetterebbe da una capitale, effervescente e dinamica, ricca di contrasti con i suoi palazzi storici e grattacieli avvenieristici, musei a ricordo degli eventi tragici che hanno caratterizzato il Paese nel recente passato e un’aria frizzante di continuo fermento che la proietta dritta verso il futuro. Anche i riferimenti cinematografici sono ovunque: per esempio uno dei locali più conosciuti è l’Apocalypse Now.

Per me, però, rimarrà per sempre la città dove ho scoperto il caffè vietnamita: una prelibatezza declinata in innumerevoli varianti, ma con delle caratteristiche note di cioccolato che, unite alla dolcezza del latte condensato e al sapore deciso del caffè, ti avvolgono in un momento di lussuria vera. Sì nella mia mente di ghiottona la gola e la lussuria vanno di pari passo, è così. Questo caffè ve lo servono praticamente in tutti i bar e i ristoranti di Saigon: c’è addirittura una catena di caffetterie, Trung Nguyen Coffee, che serve tra le altre cose il leggendario ca phe chon, i cui chicchi vengono recuperati integri dalle feci delle donnole; se vi interessa provarlo chiedete del n. 8, ma vi avviso che è il più caro tra tutte le varietà. Nel piccolo shop adiacente, invece, si può comprare il caffè macinato o in chicchi e il bricchetto apposito per la preparazione; scordatevi pure la nostra moka.

Chiaramente non si vive di solo caffè, quindi tra una pausa in caffetteria e l’altra siamo riusciti anche a visitare un po’ la città. Uno dei modi migliori di ammirarla è imgp6577sicuramente sorseggiare un drink in uno degli innumerevoli Skybar all’ultimo piano di hotel e grattacieli del centro. Noi siamo stati al Saigon Saigon, all’ultimo piano del Caravelle Hotel, con tavolini anche all’aperto e una vista com’è d’obbligo mozzafiato. Peccato per i drink che assomigliavano più a succhi di frutta. Ho poi scoperto, girando un po’ fuori dall’Italia, che la cosa è piuttosto comune, specialmente in Asia, dove onestamente la tradizione dei cocktail non esiste.

Questa zona è anche ricca di negozietti di artigianato e antiquariato: proprio uscendo dal Caravelle Hotel, al 48 di Đông Du Street, noi siamo incappati nel Tara and Kys Art Gallery, un negozietto molto interessante dove abbiamo comprato una stampa in stile fumetto raffigurante la vecchia Hanoi, che ancora oggi troneggia nel nostro minuscolo salottino.

Di giorno, invece, abbiamo deciso di perderci tra le viuzze della vecchia Saigon, seguendo uno degli itinerari proposti dalla nostra fedele Lonely Planet. Siamo partiti dal mercato di Ben Thanh, il mercato più famoso della città: è certamente una delle attrazioni turistiche più visitate e, per questo, in quanto a veridicità non è neanche imgp6552lontanamente paragonabile ai mercatini che avevamo visitato nella zona del Black River. Nonostante questo resta interessante per il contrasto tra la posizione iper-centrale tra i grattacieli e la tipica aria decadente delle bancarelle rumorose, multicolore e addossate l’una all’altra. In più si possono trovare i frutti più disparati e deliziosi, tra cui anche il famigerato Durian, quello dalla tipica forma a pallone da football e il sapore di formaggio: se non avrete il coraggio di provarlo consolatevi ricordando che anche i locali o lo amano alla follia o lo detestano imperituramente; con il Durian non esistono mezze misure! Noi per non sbagliare, abbiamo ripiegato su rambutan, dragon fruit e mango, pur sempre esotici, ma più vicini alla nostra idea di frutta.

Poi, visto che ci affascinano i fiumi e i canali che attraversano le città, ci siamo diretti verso il lungo-fiume: se avete visto quello di Bangkok probabilmente rimarrete delusi, visto che le rive del fiume non sono ricche di negozietti e localini, almeno in questo punto, e in più la strada principale corre proprio lì accanto, caotica e rumorosa.
Siamo rientrati quasi subito verso l’interno alla ricerca del Teatro Municipale, un maestoso palazzo coloniale in stile belle époque, e della statua di Ho Chi Min, che ancora oggi è talmente amato dai vietnamiti da essere raffigurato praticamente ovunque, specialmente a Saigon. Per dirne una, nell’edifico che ospita le Poste Centrali, progettato da Gustave Eiffel, sì proprio quello della torre parigina, è appeso un enorme mosaico raffigurante il leader rivoluzionario, circondato da mappe storiche sul Vietnam del Sud.

Il nostro giretto si è concluso al ristorante Hoa Tuc, a pochi minuti a piedi dal Palazzo del Comitato del Popolo. Il locale si trova in un cortile interno, un po’ nascosto, che vi farà dimenticare i rumori cittadini. I calamaretti con salsa al tamarindo erano spettacolari, come anche il caffè vietnamita, una spanna sopra quello più industriale della catena Trung Nguyen Coffee.

Delta del fiume Mekong

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Dopo solo un giorno e mezzo speso a rifamiliarizzare con il contesto urbano, abbiamo sentito nuovamente il richiamo della natura, che vicino a Saigon non può che tradursi in un’escursione sul delta del Mekong: dopo aver girato come dei dannati tra le migliaia di agenzie turistiche che offrono gli stessi identici pacchetti e aver letto svariate recensioni su internet, abbiamo optato per un 2 giorni/1 notte offerto dall’agenzia Innoviet.

Siamo partiti con il battello per raggiungere la sponda più selvaggia del fiume dove abbiamo continuato tra canali, giunchi e palme con una barchetta a remi fino ad
arrivare nella zona di Vinh Long, dove una famiglia del luogo ci ha ospitato per pranzo. Nel pomeriggio abbiamo fatto un bel giro in bicicletta passando tra canali, pagode e villaggi tipici fino all’ora di cena, quando siamo rientrati per aiutare i nostri padroni di casa a cucinare per tutti. Dopo cena, esausti, ci siamo addormentati di sasso nel nostro bunker: onestamente non si poteva definire camera, visto che eravamo rinchiusi dentro un cubo di cemento armato con tetto di lamiera su cui si sentivano correre gli animali, che voglio pensare non fossero ratti.

Il giorno dopo sulla via del ritorno, ci siamo fermati per visitare un mercato galleggiante, imgp6737che purtroppo è stata una delusione: mi ha dato l’impressione di essere stato quasi ricreato apposta per i turisti: un peccato.

Con il senno di poi e paragonandolo ai tour che abbiamo fatto nel Nord del Vietnam, forse una giornata poteva essere sufficiente. Nonostante questo continuo a pensare che dei piccoli compromessi a volte sono necessari per riuscire a immergersi anche solo per poche ore e in un contesto edulcorato, nella vita delle persone che giorno dopo giorno abitano quei luoghi e che contribuiscono a plasmarli.

Così è finita la nostra prima avventura asiatica e devo dire che ci resterà per sempre impressa nella memoria.

E a voi quale parte del viaggio ha intrigato di più? Scrivetemelo nei commenti qui sotto.

Al prossimo viaggio!

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Sri Lanka #3 – Indovina chi viene..per il tè

Quando arriviamo ad Haputale, dopo il viaggio in bus più provante di tutta la vacanza, siamo sfatti, sudati e impazienti di insediarci nella nostra nuova sistemazione. Purtroppo capiamo immediatamente che trovarla non sarà semplice come immaginavamo. La nostra prima scelta è lo SryLak View, alberghetto con vista mozzafiato e terrazza erbosa, consigliato dalla nostra guida. I due ragazzi che incontriamo alla stazione provano ad avvisarci: “it’s fully booked” cantilenano in coro mentre cercano di portarci alla guesthouse dei loro cugini. Ma noi non ci fidiamo e andiamo a sentircelo dire direttamente dal receptionist: “it’s fully booked”. Senza se e senza ma. Dopo un po’ di insistenza riusciamo a scucirgli che la notte successiva hanno una camera libera, ma, testardi come pochi, decidiamo di non prenotare subito. Dopotutto guesthouse segnalate dalla guida ce ne sono altre e per quella notte dobbiamo sicuramente accamparci in una di quelle, quindi che fretta c’è? Ha quindi inizio il giro delle sette chiese, finché dopo vari tentativi e quasi un’ora sul tuc-tuc ci sistemiamo alla Dias Rest White Monkey Guesthouse, a 3 km dal centro di  Haputale (tuc-tuc: h:00:15, 300 Rs), sulla strada per la fabbrica di tè Lipton. Scottati dalla ricerca estenuante prenotiamo subito il prenotabile (2 notti), anche se la camera che ci assegnano è tutta sottosopra perché la stanno rifacendo: niente lenzuola, ma a questo siamo preparati grazie al nostro mitico sacco-lenzuolo Decathlon e soprattutto, niente rubinetto del bagno e sciacquone difettoso. Il costo, però, è talmente modico che ci facciamo andare bene tutto. In più la famiglia è simpatica e la vista sulle piantagioni di tè è spaziale: le piante di tè si mischiano al resto della vegetazione dando vita a un verde intenso che ricopre tutte le montagne circostanti e degrada pian piano verso valle fino a scomparire nelle pianure più secche. Il silenzio intorno a noi è quasi inquietante: ogni piccolo animaletto sotto le foglie ci sembra un cobra pronto a tenderci un velenoso agguato. La cena, preparata dalla nostra famiglia adottiva singalese, sembra l’inizio di una barzelletta: “allora ci sono un singalese, un seicellese, un francese e due italiani seduti a tavola”. Non appena arriva la razione di riso con curry, però, tutti gli argomenti intavolati cadono e ci buttiamo con la testa nel piatto senza troppi salamelecchi. 

Il mattino seguente, belli riposati, partiamo verso la fabbrica Lipton e il Lipton’s seat, ossia la cima dove si rifugiava Sir Thomas Lipton ad ammirare i suoi possedimenti. 1407565684077Qui probabilmente avrà escogitato le strategie di mercato che l’avrebbero portato a essere uno dei colossi mondiali della produzione e commercio di tè. Oppure ci veniva soltanto a riempirsi gli occhi di quel verde intenso intervallato dal bianco solido delle nuvole, così raro da queste parti
e che tanto gli ricordava la sua amata brughiera inglese.
La fabbrica Lipton è molto interessante: il tour guidato ci racconta il processo di trasformazione del tè dalla raccolta delle foglie, alla selezione fino all’essiccazione che porta alla differenziazione delle diverse qualità. Alla fine compriamo anche un souvenir goloso da gustare nel freddo autunno torinese.

Al ritorno a piedi verso la guesthouse ci aspetta una sorpresa avventurosa: a metà strada vicino a un villaggetto ci sorprende un temporale. Una bambina ci vede in difficoltà e ci offre ospitalità a casa sua. Non vogliamo disturbare, ma non abbiamo scelta, siamo sotto la pioggia battente. In più siamo curiosi di vedere la casa di una tipica famiglia singalese: sì è vero la nostra guesthouse è già parecchio tipica, ma i nostri padroni di casa sono abituatissimi agli stranieri, visto che il turismo sta diventando la loro attività principale. L’esperienza è surreale: noi seduti sul divano, fradici, rigorosamente senza scarpe, a sorridere ai nostri salvatori intenti a rendere il nostro soggiorno, per quanto breve, il più piacevole possibile. Per prima cosa ci offrono il tè, qui lo servono con il latte, e poi accendono la televisione per farci vedere il video della processione del villaggio al tempio, con sottofondo di cantilena buddhista. La madre la vediamo solo per un momento: è intenta a preparare il pranzo, così noi siamo intrattenuti dai due figlioletti super sorridenti. Non vogliamo approfittare troppo della loro ospitalità quindi non appena la pioggia cala, salutiamo, lasciamo un regalo per i bambini e ci avviamo verso casa.

Il giorno dopo ci spostiamo allo SriLak View, visto che la sera prima siamo riusciti a prenotare al volo una camera su Agoda.  La descrizione su Lonely ci ha affascianto così tanto che non stiamo più nella pelle. Quando arriviamo, però, delusione: sono sinceramente sorpresi del nostro arrivo, ci sembrano colti alla sprovvista. Dopo aver confabulato tra loro qualche minuto ci assegnano una stanza nello scantinato e, quel che è peggio, proprio di fianco alla Moschea che ci sveglierà amabilmente all’alba per i successivi giorni. IMG_3031Cambiare stanza non si può, è tutto “fully booked” e quindi niente camera con vista per noi. Alla fine ci adattiamo visto che la great view ce la possiamo godere anche dalla terrazza erbosa dell’albergo. Il giorno dopo ce lo prendiamo di relax: terrazza erbosa, musica e letture. Verso sera incontriamo due spassosissimi ragazzi che diventeranno i nostri compagni di viaggio per i giorni successivi: Luiss e Brandon, due personaggi da film. Chiaramente surfisti, chiaramente uno australiano e l’altro newyorkese, chiaramente vite pazzesche del genere insegnante-di-scuba-diving-che-gira-per-il-mondo-rincorrendo-l’estate e ex-broker-di-Wall-Street-che-lascia-la-finanza-senza-cuore-per-insegnare-arte-in-un-istituto-di-moda-di-NewYork. Il tutto condito da un umorismo e un’ironia rari nonché una notevole faccia da culo. Rimaniamo talmente affascinati, dalle loro storie, dalle loro vite, dal modo di affrontare ogni situazione con semplicità disarmante, che quando ci divideremo dopo soli 2 giorni e mezzo, sentiremo quel tipico vuoto da abbandono che si prova quando ci si separa da qualcuno che ci ha toccati nel profondo, lasciandoci sballottati, arricchiti e grati.

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