Sri Lanka #5 – STUPAAAAA!!!

Ciò che colpisce del distretto culturale è la presenza costante del Buddha. Sia a Dambulla, nei templi rupestri, sia nell’area archeologica di Polonnaruwa, il peso dell’iconografia buddhista è pesante come un macigno: il Buddha è protagonista sempre e comunque, con innumerevoli statue in tutte le posizioni consentite; quindi 1) sdraiato e 2) seduto.

Gli stupa, invece, sono misteriosi: per noi abituati a luoghi di culto con porte fatte per accogliere il pellegrino all’interno, questi enormi blocchi di pietra fatti per essere osservati esclusivamente da fuori ci sorprendono e quasi ci inquietano perché non riusciamo a comprenderne fino in fondo il significato. L’impressione generale è quella di un’arte estremamente rigida, che lascia poco spazio all’estro creativo: quando ti avvicini hai già la percezione di quello che ti aspetta.

L’eccezione più evidente, e non saprei dire se sia un bene o un male, è il Golden Temple di Dambulla, una costruzione piuttosto pacchiana quasi fumettosa con luci al neon e colori sgargianti, dalla quale sia accede ai templi rupestri.
Totalmente fuori contesto è invece il sito di Sigiriya, la famosa rocca che sulla sommità ospitava un antico monastero, di cui oggi non rimangono che le rovine. Dalla cima si gode un panorama che spazia in ogni direzione su pianure, giungla, laghi e montagne. Quando ci si arriva, finalmente, dopo aver salito i gradini di una stretta scala di ferro, l’emozione è palpabile. Capiamo perché i monaci che l’hanno costruito hanno scelto proprio questo luogo: sembra di essere in cima al mondo.

Post collegati: Sri Lanka; Sri Lanka #1 – Com’è cominciata; Sri Lanka #2 – “E ricorda, un elefante non dimentica niente!”; Sri Lanka #3 – Indovina chi viene..per il tè; Sri Lanka #4 -I Denti finti del Buddha

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Canarie #3 – L’inaspettato fascino delle nuvole grigie e del vento forte

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Terra rossa e nera e sassi, tanti. Vento che scolpisce; sabbia sui capelli, sulla pelle, negli occhi. Qui non arriva l’odore del mare, solo la puzza degli asini e della merda di capra. Stiamo nel silenzio; i posti come questo lo meritano. Il mare grigio si fa tutto spuma vicino alla riva, mentre il vento lo spazzola. I letti dei fiumi sono vecchie ferite nel corpo delle montagne. Vomito. Non so se è la macchina o la desolazione del deserto che ci circonda.

Cofete, Gennaio 2012

Dal traghetto salutiamo gli edifici bassi e bianchi di Playa Blanca, l’ultimo baluardo a Sud di Lanzarote, e in poche ore approdiamo a Corralejo, il porto di Fuerteventura più vicino. Fuerteventura, lo capiamo immediatamente, ha una natura molto più selvaggia; è evidente che qui non hanno avuto un Manrique a sottolineare le bellezze paesaggistiche dell’isola. Tutto ha un fascino più ruspante e meno pettinato, e ci piace un sacco. La nostra prima escursione è al Parco Naturale del Corralejo: un mare di dune di sabbia dorata, soffice come cipria, che in un attimo ci trasporta con la mente nel cuore del Sahara. Ci guardiamo intorno un po’ preoccupati alla ricerca di carovane berbere o oasi lussureggianti dove riprendere le forze, finchè lo sguardo non si posa sulla striscia blu dell’oceano, che ci rincuora: non siamo dispersi nell’immenso deserto nord-africano; sono queste Canarie che continuano a mimetizzarsi con i Paesi vicini in un gioco di specchi costante! Possiamo finalmente rilassarci e goderci il panorama. Dopo esserci rotolati giù dalle dune come bambini fino a spomparci completamente, andiamo a sonnecchiare sulla spiaggia più vicina. Come sempre c’è molto vento, ma riusciamo a scovare un posticino dentro uno dei piccoli fortini di pietre e sabbia che costellano la spiaggia, proprio per ripararsi dal vento. Sono scoperti, ma come impariamo presto dai nostri vicini, una coppia di nudisti tedeschi, sistemando bene gli asciugamani a mo’ di soffitto, si può ottenere una privacy quasi totale.

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Il giorno dopo partiamo alla volta del villaggio di pescatori El Cotillo, sulla costa nord occidentale dell’isola, famoso per il tramonto sull’oceano e per essere una piccola enclave isolatissima. Isolata lo è: ci mettiamo ore per arrivarci e nel mezzo non troviamo altro che terra pietrosa, vento e arbusti. In questo periodo dell’anno è anche poco frequentato, sicuramente in estate o in primavera bisognerà picchiarsi per accaparrarsi un posto in prima fila per godersi il tramonto sull’oceano: noi invece dividiamo volentieri il tetto di una torricciola di avvistamento in rovina con una famigliola spagnola e un cagnolone peloso che si stravacca di fianco a noi, evidentemente provato dalla giornata faticosa.

Non appena cala il sole sprofondiamo nel buio più completo, quasi non riusciamo più ad orientarci. Il vento sembra essersi alzato ancora di più. L’oceano, una distesa nera, come tutto il resto, urla ancora più forte di prima: sarà per ricordarci che è sempre lì, anche se non possiamo vederlo? Ci prende un lieve timore ancestrale, per quegli elementi così incontrollabili, che non riusciamo più a stare vicini alla spiaggia. Andiamo a cena in un ristorantino dell’interno dove il rumore dell’oceano arriva più attutito e appena finito scappiamo a gambe levate verso casa senza voltarci indietro. In fondo non c’è più niente da vedere.

La Oliva e Betancuria

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Eccoci catapultati in un vecchio film spaghetti western: gli edifici bassi in pietra dipinti di bianco, stradicciole polverose color ocra, la Casa de los Coroneles, un casermone staccato dal piccolo centro, ma abbastanza vicino da mantenerne il controllo. IMGP3584E assolutamente nessuno in giro, a parte noi due. L’unica cosa che stona in questo quadretto è il profilo del vulcano che fa da sfondo: non sono esperta di spaghetti western, ma dubito che i vulcani fossero inclusi nel pacchetto. La Oliva decisamente ha perso il fermento che doveva avere secoli fa quando era ancora la capitale di Fuerteventura e le milizie spagnole, fuori dal controllo diretto della corona, spadroneggiavano sulla popolazione locale, proprio da qui. Gli resta il fascino della decadenza e dell’isolamento. Lo stesso fascino che si respira anche più a Sud a Betancuria. IMGP3606La posizione è invidiabile: ben nascosto dalle colline circostanti e dalla vegetazione, sempre per ingannare i soliti pirati, il villaggiofu fondato da Jean de Bethencourt e ampliato successivamente dai francescani, come dimostrano l’imponente Iglesia de Santa María e le rovine del vicino monastero. Per un panorama completo, il consiglio è di salire al Mirador Morro Velosa, da cui si gode di una vista che spazia non solo su Betancuria, ma su tutto il Parco Naturale che sta alle sue spalle e da cui prende il nome.

Cofete

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Dopo solo un giorno nell’interno dell’isola ci manca l’oceano, per cui senza troppi complimenti ci rimettiamo in viaggio verso la Penisola di Jandía, a sud. Il nostro obbiettivo è la spiaggia di Cofete, la più difficile da raggiungere e quindi per noi la più affascinante di tutta l’isola. Per arrivarci attraversiamo tutto il Parco Naturale di Jandía, fatto di colline verdi e spoglie scogliere rocciose. È dietro una delle tante curve che ci riserva la strada verso Cofete, che ci imbattiamo nello scheletro di una chiesa in rovina, ormai preda della vegetazione circostante: una vera e propria cattedrale nel deserto; un deserto fatto di piante verdi e arbusti spinosi.

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Proseguendo verso le scogliere occidentali il vento aumenta, la vegetazione diminuisce e le strade diventano sempre più dissestate. All’orizzonte si ammassano nuvole scure, ma noi non ci arrendiamo.
Siamo decisi ad arrivare fino a Cofete e quando finalmente ci arriviamo, il tempo nuvolo, le goccioline di pioggia, i cavalloni grigi del mare, perfino il minuscolo cimitero spoglio di tombe senza nome, tutto sembra perfettamente calibrato per non disattendere le nostre aspettative: volevamo un posto di frontiera, grezzo e senza fronzoli, dove rimettere tutto in prospettiva. Ce lo abbiamo davanti. Non c’è che dire.

Mentre sto lì in silenzio capisco che questo posto rimarrà scolpito nella mia mente come uno dei più speciali in cui sia mai stata.

E così anche l’avventura canaria è finita qui. Quale parte del viaggio vi è piaciuta di più? Scrivetemelo nei commenti qui sotto ;D

Al prossimo viaggio!

Post collegati: Lanzarote e Fuerteventura; Canarie #1 – L’artista, la sua ossessione e la sua isola; Canarie #2 – Welcome to the Moon

5 modi in cui immagino i lettori di Poetica di Viaggio in vacanza

Buon Viaggio!

Ve lo dico adesso, quando c’è ancora una micro-speranza che non siate già tutti partiti verso mete più o meno esotiche, troppo presi dalle vostre personali avventure di viaggio per leggere questo blog. E starete nell’ordine:

  1. scalando un vulcano indonesiano nel buio della notte illuminata soltanto dalle lucette frontali dei pochi altri pazzi che vi hanno seguito; il tutto per rimirare l’alba da un cucuzzolo infuocato;
  2. giocando a rimpiattino con i delfini nel meraviglioso mar dei Caraibi, immaginando di essere a bordo di un veliero spagnolo del ‘500 alla scoperta del Nuovo Mondo;
  3. in fila sul traghetto per Skopelos, mentre canticchiate le canzoni degli Abba sentendovi più bravi di Meryl Streep in Mamma Mia! 
  4. aspettando la Big Cahuna, la vostra onda perfetta, in una spiaggia Hawaiana mentre vi bevete una birra ghiacciata all’ombra della vegetazione rigogliosa che lambisce il bagnasciuga;
  5. scappando a gambe levate da un innocuo varano che, complice la lontananza e la malcelata agitazione per ogni cosa si muova su terra australiana, avete scambiato per un coccodrillo affamato.

Ci ho azzeccato? Scrivetemelo nei commenti, così magari viene fuori qualche suggerimento interessante per i miei prossimi vagabondaggi.

Con i nuovi post invece ci rivediamo a settembre 😀

Sri Lanka #4 – I Denti finti del Buddha

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Da Haputale a Kandy non si può non andare in treno (210 Rs). La tratta è una delle più affascinanti di tutto lo Sri Lanka. Passa attraverso le montagne e costeggia le piantagioni di tè offrendo panorami pazzeschi anche per me che soffro un po’ di vertigini. L’unico neo è che treni ce ne sono pochi e quindi l’affollamento è garantito, se poi come noi decidete di non prenotare in anticipo le carrozze di prima classe, state pur certi che le 8 ore di viaggio ve le farete per gran parte in piedi. Soprattutto se, come noi, a Kandy decidete di arrivarci nell’unica sera dell’anno in cui si trasforma nel centro dei pellegrinaggi buddhisti di tutta l’Asia: l’ultimo giorno della grande Hesala Perahera, ossia la grande parata che porta in giro per la città il Dente di Buddha, la reliquia buddhista più importante al mondo. Ci prepariamo per salire sul treno come fossimo in battaglia: osservazione dei locali per capire le loro mosse, divisione dei ranghi secondo la strategia ognuno-per-sé-Dio-per-tutti, che statisticamente dà più probabilità di riuscita, e posizionamento strategico vicino agli altri turisti, secondo l’altra ben nota strategia i-locali-non-li-freghi, quindi cerca una vittima alla tua portata, normalmente anziani o coppie di mezza età. Meglio stare lontani dalle famiglie con bambini, i genitori trovano energie insospettabili quando si tratta del benessere dei propri figli. Alla fine riusciamo a trovare un posto su quattro, finchè dopo qualche ora un’intera famiglia che sta per scendere ci fa segno di prendere i loro posti: una gentilezza sorprendente, ma all’ordine del giorno in Sri Lanka.

Tornando alla parata, in realtà, il dente “vero” non si muove dal tempio in cui è custodito: tutta la parata viene fatta con tante copie, che comunque non vengono mai mostrate. E dato che tutta questa pudicizia a noi occidentali non ci è proprio familiare, 1407766615802tutti noi quattro rimaniamo un po’ perplessi: tutto quel casino per dei denti finti! 
La sfilata in sé non è male: i denti sono portati in groppa ad elefanti enormi tutti ricoperti di tessuti colorati e lucine che rendono perfettamente l’atmosfera festosa: la gente, però, non sembra entusiasta, rimane molto composta, in un atteggiamento eccessivamente devoto: sarà che veniamo da un Paese in cui le emozioni si esprimono con una foga esagerata in qualunque occasione, ma non riusciamo a farci prendere. Tentiamo una maldestra fuga, senza considerare che siamo al centro del percorso circolare della parata e i poliziotti non ci permettono di uscirne fino alla conclusione, intorno a mezzanotte passata.

La nostra guesthouse Greenwoods, prenotata su consiglio dei nostri compagni di viaggio temporanei, si rivela una scelta eccellente: economica, vicina al centro della città, seppur affacciata sulla giungla, ottima colazione e la migliore camera di tutto il viaggio, dopo quella di Galle. La mattina mentre facciamo colazione vediamo anche una fila di circa 30 scimmie che dalla giungla si avviano verso la città e si fermano a spulciarsi proprio sul balcone della sala comune: (almost) into the wild!

Quel giorno come di rito ha piovuto; eh sì perché come ci ha spiegato il nostro padrone di casa, la parata è una tradizione centenaria che ha come obbiettivo la pioggia. Non so come sia andata in passato, ma devo dire che noi ce la siamo beccata tutta, la tanto desiderata pioggia. Così rinunciamo alla visita ai giardini botanici di Peradeniya, e optiamo per l’asciutto tempio del Sacro Dente (2000 Rs). Premettiamo che, sarà un mio problema ma i templi e l’iconografia buddhista non mi sconvolgono: non riesco ad estraniarmi completamente per minuti interi osservando uno stupa o una statua del Buddha nella posizione del fiore di loto, cosa che non andrà a mio vantaggio durante le visite al distretto culturale di Polonnaruwa. Però devo ammettere che il tempio del Sacro Dente vale una visita anche se non siete amanti dell’arte buddhista. Il palazzo è grande e al centro ospita il sacro Dente di Buddha talmente impacchettato nelle sue poliedriche e decoratissime protezioni da rimanere invisibile agli sguardi di turisti e pellegrini: in reltà anche fosse stato visibile la coda per ammirarlo è talmente lunga che non è possibile sostare davanti al reliquiario per più di 15 secondi esatti senza essere gentilmente invitati a proseguire da uno specifico addetto munito di cronometro. I giardini circostanti sono grandi e ben curati e durante i giorni della Parerha ospitano gli elefanti che si possono osservare non incatenati, almeno qui!

Più per il panorama sulla città, invece, consiglio una visita al tempio situato sulla collina di Kandy: anche senza il nome lo troverete facilmente visto che è sovrastato da una statua bianca del Buddha alta come una casa da 4 piani e si vede da ogni punto della città. Dopo la sfacchinata per raggiungerlo se vi viene fame, tornate sui vostri passi fino ai piedi della collina: all’incrocio sulla destra troverete un posticino vegetariano, con in vetrina una signora sorridente che cucina qualcosa di vagamente simile a crepes: sono masala dosa, deliziose crepes di lenticchie e riso condite con verdure freschissime saltate in padella e speziate. Spero vi piaccia il piccante!  

Post collegati: Sri Lanka; Sri Lanka #1 – Com’è cominciata; Sri Lanka #2 – “E ricorda, un elefante non dimentica niente!”; Sri Lanka #3 – Indovina chi viene..per il tè; Sri Lanka #5 – STUPAAAAA!!!

Messico – Chiapas e Yucatán

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Questo è stato un viaggio di avvicinamento. Avvicinamento al continente sud-americano, dove non avevamo mai messo piede prima, e a un Paese, il Messico, che più di ogni altro, nelle nostre menti di italiani post-Puerto Escondido, si identifica con la ricerca della libertà, la scoperta di una vita radicalmente nuova, scandita da ritmi più umani. Ma soprattutto con il raggiungimento di quella consapevolezza profonda che ci aiuta a stabilire cosa è veramente importante per noi stessi, al di là di ogni aspettativa sociale.

Avvicinamento, dunque. Perché, ovviamente, nelle nostre 2 misere settimane di vacanza non abbiamo avuto nessuna illuminazione trascendentale riguardo questi temi così profondi; non abbiamo fatto in tempo! Eravamo troppo presi dalle faticosissime scarpinate per raggiungere le vette dei templi Maya disseminati nella giungla messicana al confine con il Guatemala. O dalle traversate al cardiopalma del Cañon del Sumidero, dove gli alligatori affamati, sempre allerta nelle profondità delle acque melmose, non aspettavano altro che il passo falso di qualche incauto turista. Oppure ancora, dalle discese nelle profondità di caverne buie, tagliate solo da sottili lame di luce, dove poterci rinfrescare tra le acque limpide dei cenotes sotterraei. Il tutto intervallato da lunghi spostamenti in aereo, autobus e traghetto, che ci hanno portato da Città del Messico fino a Isla Mujeres, passando per il Chiapas e lo Yucatán. Trovate la mappa dell’itinerario di viaggio qui.

Molto ancora ci sarebbe piaciuto vedere, da Puebla nel Nord del Paese, che si dice sia la cittadina da dove vengono tutti i cuochi messicani degli Stati Uniti, a Oaxaca, la capitale gastronomica del Messico, fino a Puerto Escondido, perché no, e a Boca del Cielo, località ancora più sperduta e incontaminata della costa pacifica messicana, destinazione dei protagonisti del film Y tu mamá, también di Alfonso Cuarón.

Ma come dicevo, questo è stato solo un avvicinamento.

Forse la prossima volta, percorrendo una strada polverosa che taglia il deserto messicano in direzione oceano Pacifico, saremo colti da quell’illuminazione profonda che fa vacillare le certezze e fa rimettere in discussione tutta la vita e che il Messico, grande Paese di frontiera, di conquista, dovrebbe ispirare.

Scheda del Viaggio

Quando: Aprile 2014

Durata: 2 settimane

Con chi: Marco, Sara e Luigi

Guida: Lonely Planet

Moneta: Peso Messicano

Film: Y tu mamá, también

Must see: Cañon del Sumidero, Chichen Itza, Cenotes, Isla Mujeres

Accessori indispensabili: pantaloni accorciabili; cappello a tesa larga e spirito d’avventura

Post collegati: Messico #1 – TBD; Messico #2 – TBD; Messico #3 – TBD; Messico #4 – TBD

Indonesia #1 – Una fastidiosa compagna di viaggio

ovvero quando la sfortuna ti si insinua in valigia.

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Questo è stato uno dei viaggi più movimentati della mia vita; l’ho detto. E dato che il buongiorno si vede dal mattino, anche l’inizio ci ha riservato qualche sorpresa logistica. Un’incomprensione con la nostra agenzia di viaggi preferita, Cercavacanze (faccio un po’ di pubblicità, perdonatemi!), ci costa uno scalo a Doha lungo una notte intera. Per fortuna la mitica Debby si fa perdonare subito, offrendoci una camera spaziale al Mövenpick, uno degli alberghi più fighi di Doha. Mica per niente sono i miei preferiti ;D Così facciamo buon viso a cattivo gioco e ci concediamo un po’ di lusso prima delle levatacce che ci attendono. Il mattino successivo, dopo una colazione da re, ripartiamo in direzione di Java.

Arriviamo a Jakarta di sera con l’intenzione di restarci il meno possibile: dai racconti di altri viaggiatori gli aggettivi più ricorrenti per descriverla sono dispersiva, trafficatissima e deludente. Non proprio incoraggianti, dunque.

Anche il primo incontro che facciamo appena usciti dall’aeroporto non è propriamente incoraggiante: il tassista che ci carica non ha idea di dove sia il nostro hotel, che in realtà è a meno di dieci minuti dall’aeroporto, e senza mai accendere il navigatore o ascoltare le nostre indicazioni – santo Google Maps! – inizia a girovagare senza meta per quella che sembra più di mezz’ora. Dopo aver visto lo stesso isolato per tre volte senza arrivare a nulla, ci facciamo più insistenti finché lui non si arrende a seguire i consigli di questi due stranieri e del loro aggeggio infernale. In cinque minuti siamo di fronte all’ingresso dell’hotel e il nostro tassista ha il coraggio di chiederci una maggiorazione perché ha fatto molta più strada rispetto a quello che pensava inizialmente. Non parliamo di grosse cifre, come sempre in Asia, quindi potremmo accontentarlo e chiudere così quella situazione spiacevole. Ma siamo stanchi e di cattivo umore e ci disturba il modo intransigente in cui il tassista evidentemente in torto pretenda di essere comunque pagato di più, solo perché siamo occidentali. Il risultato è che rischiamo di vedere i nostri zainoni sparire nella notte buia di Jakarta insieme al tassista indispettito. Per fortuna ci viene in soccorso la guardia del nostro hotel, che si avvicina e dopo averci chiesto qual è il problema, parla al tassista in indonesiano. Solo a quel punto lui si arrende e sempre mugugnando mezzo in indonesiano, mezzo in inglese, apre il bagagliaio.

Ok, siamo tutti d’accordo che non si giudica una città dal primo episodio frustrante che capita, ma, sarà la stanchezza, o la notte buia della periferia di Jakarta, ma quando poco dopo ci addormentiamo nella nostra camera da motel, non siamo dispiaciuti di non approfondire oltre la conoscenza di questa città.

Così non appena c’è luce ripartiamo con il primo volo AirAsia verso la nostra prima vera meta del viaggio, Yogyakarta, la capitale culturale di Java, che raggiungiamo, freschi e riposati, dopo “solo” due giorni di viaggio.

Yogyakarta

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Non sono una persona mattiniera, non lo sono mai stata. Figuriamoci in viaggio. Eppure ricorderò per sempre l’Indonesia come il viaggio in cui ho visto più albe di tutta la mia vita. Come mai questo cambio di rotta? Semplice: paura. Mi spiego meglio. Dopo lo stop di una notte a Doha, dopo i due giorni di viaggio e il jet lag ancora in canna, dopo l’incontro con il tassista ruba-zainoni di Jakarta, arrivati Yogya ci permettiamo un sonnellino dopo pranzo prima di partire alla volta del centro storico, pensando di aver ormai scontato la nostra dose di bad luck. E invece, questo sonnellino si rivelerà un azzardo che ci costerà caro. Eh sì, perché a Yogyakarta, ma scopriamo che questa è un’abitudine di tutta l’Indonesia – per lo meno quella che visiteremo noi – tutte le attrazioni turistiche chiudono alle 16. E così addio Kraton, il Palazzo del Sultano; non riusciremo mai a vedere lo splendore dei tuoi lussuosi corridoi, degli spaziosi cortili interni e i tocchi europei che impreziosiscono i decori Javanesi dei tuoi ricchi padiglioni. Tanti cari saluti Pasar Ngasem, Mercato degli Uccelli; quando arriviamo noi tutti gli uccelli buoni sono stati venduti e quelli invenduti restano zitti nelle loro gabbie per far credere a tutti di non essere più lì. Persino il Taman Sari, Palazzo d’acqua, che un tempo serviva da fresco rifugio al Sultano e al suo entourage, sta chiudendo e non ci fanno più neanche avvicinare all’ingresso.

Capite che dopo un simile trauma, la sveglia prima dell’alba per tutto il resto del viaggio ci è sembrata un’opzione sensata.

Ma tornando al Taman Sari: come vi dicevo, ci stiamo per arrendere e tornare sconsolati nella piazza principale davanti al Kraton, dove già pianifichiamo di passare a turno tra i due alberi giganti che si stagliano in mezzo alla piazza, nella speranza di allontanare questa bad luck che ci sta perseguitando dall’inizio del viaggio – secondo il folclore locale, infatti, dovrebbero portare fortuna a chi è abbastanza temerario da attraversarli. Ma proprio mentre ci stiamo allontanando con lo sguardo dei cagnoloni appena sgridati dal padrone, un arzillo vecchietto si avvicina con fare baldanzoso: “Volete vedere le piscine reali?” “Ma sono chiuse” replichiamo noi. “Non preoccupatevi, venite con me che conosco un’altra entrata. Casa mia confina proprio con il Taman Sari, venite, venite!”.

Ora: sappiamo che ci sta fregando. Sappiamo che se ci va bene vuole semplicemente venderci qualcosa. Se ci va male, bè, i suoi nipotini saranno dietro l’angolo pronti a derubarci. Ma considerata l’altezza media degli indonesiani, a cui il nostro arzillo vecchietto non sfugge, e considerato che le mie due guardie del corpo sono alte quasi due metri, decidiamo di correre il rischio. Ed è a questo punto che la nostra bad luck inizia a svanire.

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Il nostro arzillo vecchietto vuole effettivamente venderci la sua paccottiglia turistica, che non degniamo del minimo sguardo, e chiaramente non ha le chiavi della porta sul retro del Taman Sari. Ma si dà il caso che il suo terrazzino confini con le piscine più belle del Palazzo d’Acqua e lui orgogliosissimo ci permette di buttare un occhio all’interno del luogo dove per generazioni i sultani Javanesi venivano a rilassarsi e rinfrescarsi, nel momento della giornata in cui la luce dorata del tramonto si riflette sulle piscine azzurre, trasformando l’acqua cristallina in verde smeraldo. Ci permette di vederle nel momento in cui mai avremmo potuto vederle, se avessimo seguito i canali regolari di visita. Totally worth it! Per questo una bella mancia all’arzillo vecchietto non l’ha tolta nessuno.

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Tornando verso casa ci fermiamo nella piazza di fronte al Kraton, che nel frattempo si è popolata di famiglie e gruppi di ragazzi e di anziani che fanno pic-nic sul manto erboso di fronte al palazzo del sultano. È già buio e le uniche luci che ci circondano sono degli scheletri di auto illuminate da led coloratissimi che girano ossessivamente la piazza a mo’ di giostra, portando giovani coppie, famigliole con bambini e impavidi turisti occidentali. Il morale torna alto, ma giusto per non rischiare, in mezzo a quello spettacolo luccicante, ci mettiamo in fila uno per uno e, al nostro turno, attraversiamo i due alberi in mezzo alla piazza.

Domani non potrà che essere un giorno fortunato!

Post collegati: Indonesia – Java, Bali e Isole Gili; Indonesia #2 – TBD; Indonesia 3# – TBD

Canarie #2 – Welcome to the Moon

Un giorno intero; è questo il tempo che abbiamo impiegato per girare in lungo e in largo il Parque Nacional del Timanfaya, una spettacolare distesa di rocce nere di lava fusa, vulcani e montagnole varie di circa 50 kmq. Dal centro del Timanfaya alla fine del 1700 iniziò l’eruzione vulcanica più spaventosa della storia dell’isola che durò 6 anni in tutto e si lasciò alle spalle terra nera, brulla, nuove montagne e nulla più. La camera di magma bollente da cui si scatenò tutto questo, lungi dall’essersi spenta, è ancora oggi attivissima a soli 4 km dalla superficie, cosa che interferisce con la proliferazione di vegetazione, se si escludono coraggiosissimi licheni evidentemente amanti delle temperature infernali.

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Dopo il giro in autobus di 14 km attraverso la Ruta de los Vulcanos non sono andata troppo lontana dallo scoprire come si doveva essere sentito Neil Armostrong quando, ancora al sicuro dentro l’Apollo 11, guardava la distesa di rocce lunari di fronte a sé aspettando di metterci piede per la prima volta. Quella centenaria desolazione tutt’intorno ti fa sentire così estraneo, così temporaneo, da voler scappare lontano il prima possibile, preferibilmente verso un enorme supermercato affollato. Allo stesso tempo, però, lo strano fascino che soltanto i disastri naturali, anche vecchi di secoli, sanno emanare, ti tiene inchiodato al sedile dell’autobus, tanto che quasi ti dispiace che il giro duri solo mezz’oretta.

Quella sera al ritorno dal parco, per riprenderci da tutta quella desolazione naturale, ci siamo concessi un piccolo lusso: una cenetta rilassata al ristorante Hesperides, dentro una delle case tradizionali della cittadina di Teguise. Il locale dall’atmosfera marocchina è gestito da un canario e un francese e propone una cucina fusion ricercata che spazia dal pesce alla carne, ai formaggi di capra.

La costa Occidentale

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Il giorno dopo, appena arrivati allo stagno verde, il Charco de los Clicos, su una delle spiagge nere più selvagge del’isola, la prima cosa che pensiamo è che mai nella vita ci sarebbe passato per la testa di fare il bagno nello stagno, che sembra un esperimento scientifico mal riuscito della centrale nucleare del Signor Burns. Eppure qualcuno prima di noi avrà pensato fosse un’ottima idea tuffarsi in quelle acque verde evidenziatore, visto che hanno dovuto addirittura recintarlo per impedire alla gente di avvicinarsi troppo. Ma gente spericolata ce n’è parecchia e, infatti, non appena giriamo lo sguardo verso l’oceano vediamo un ragazzo che a mani nude, si sta arrampicando su una roccia alta almeno 2 piani che sembra un meteorite caduto dal cielo proprio a segnare il confine tra la spiaggia e l’oceano. Restiamo a guardarlo finché non arriva in cima e senza neanche un urletto di soddisfazione si siede a rimirare le onde create dalle correnti. Non restiamo per vedere la discesa, che tra l’altro sembra più insidiosa della salita: siamo già in macchina in direzione Salinas de Janubio, che formano un’enorme scacchiera a cielo aperto, e Punta del Papagayo, l’estremità sud orientale dell’isola.

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Mi sono sempre piaciuti da matti i fari e in generale le appendici di terra ultimo baluardo solido prima dello sconfinato blu dell’oceano. In questo viaggio ne vedremo tanti di luoghi come questi e Punta del Papapgayo non fa eccezione: la strada asfaltata che a poco a poco lascia il posto a un sentiero sconnesso e polveroso, la vegetazione che scarseggia a mano a mano che ci avviciniamo alla punta e il vento che senza ostacoli diventa sempre più forte e profumato di mare.

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Penso a quanti sentimenti contrastanti avrà provocato questo luogo nei secoli agli abitanti dell’isola; tra terrore per l’ignoto e quella spinta curiosa a conoscere cosa c’è al di là dell’oceano. Tra il coraggio di andare, di superare i limiti imposti dalla geografia e il coraggio di restare e affrontare le sfide poste dall’isola stessa, sapendo che fallire è morire. Gente dura, questi isolani, gente che non si arrende.

Post collegati: Lanzarote e Fuerteventura; Canarie #1 – L’artista, la sua ossessione e la sua isola; Canarie #3 – L’inaspettato fascino di nuvole grigie e vento forte