Canarie #3 – L’inaspettato fascino delle nuvole grigie e del vento forte

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Terra rossa e nera e sassi, tanti. Vento che scolpisce; sabbia sui capelli, sulla pelle, negli occhi. Qui non arriva l’odore del mare, solo la puzza degli asini e della merda di capra. Stiamo nel silenzio; i posti come questo lo meritano. Il mare grigio si fa tutto spuma vicino alla riva, mentre il vento lo spazzola. I letti dei fiumi sono vecchie ferite nel corpo delle montagne. Vomito. Non so se è la macchina o la desolazione del deserto che ci circonda.

Cofete, Gennaio 2012

Dal traghetto salutiamo gli edifici bassi e bianchi di Playa Blanca, l’ultimo baluardo a Sud di Lanzarote, e in poche ore approdiamo a Corralejo, il porto di Fuerteventura più vicino. Fuerteventura, lo capiamo immediatamente, ha una natura molto più selvaggia; è evidente che qui non hanno avuto un Manrique a sottolineare le bellezze paesaggistiche dell’isola. Tutto ha un fascino più ruspante e meno pettinato, e ci piace un sacco. La nostra prima escursione è al Parco Naturale del Corralejo: un mare di dune di sabbia dorata, soffice come cipria, che in un attimo ci trasporta con la mente nel cuore del Sahara. Ci guardiamo intorno un po’ preoccupati alla ricerca di carovane berbere o oasi lussureggianti dove riprendere le forze, finchè lo sguardo non si posa sulla striscia blu dell’oceano, che ci rincuora: non siamo dispersi nell’immenso deserto nord-africano; sono queste Canarie che continuano a mimetizzarsi con i Paesi vicini in un gioco di specchi costante! Possiamo finalmente rilassarci e goderci il panorama. Dopo esserci rotolati giù dalle dune come bambini fino a spomparci completamente, andiamo a sonnecchiare sulla spiaggia più vicina. Come sempre c’è molto vento, ma riusciamo a scovare un posticino dentro uno dei piccoli fortini di pietre e sabbia che costellano la spiaggia, proprio per ripararsi dal vento. Sono scoperti, ma come impariamo presto dai nostri vicini, una coppia di nudisti tedeschi, sistemando bene gli asciugamani a mo’ di soffitto, si può ottenere una privacy quasi totale.

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Il giorno dopo partiamo alla volta del villaggio di pescatori El Cotillo, sulla costa nord occidentale dell’isola, famoso per il tramonto sull’oceano e per essere una piccola enclave isolatissima. Isolata lo è: ci mettiamo ore per arrivarci e nel mezzo non troviamo altro che terra pietrosa, vento e arbusti. In questo periodo dell’anno è anche poco frequentato, sicuramente in estate o in primavera bisognerà picchiarsi per accaparrarsi un posto in prima fila per godersi il tramonto sull’oceano: noi invece dividiamo volentieri il tetto di una torricciola di avvistamento in rovina con una famigliola spagnola e un cagnolone peloso che si stravacca di fianco a noi, evidentemente provato dalla giornata faticosa.

Non appena cala il sole sprofondiamo nel buio più completo, quasi non riusciamo più ad orientarci. Il vento sembra essersi alzato ancora di più. L’oceano, una distesa nera, come tutto il resto, urla ancora più forte di prima: sarà per ricordarci che è sempre lì, anche se non possiamo vederlo? Ci prende un lieve timore ancestrale, per quegli elementi così incontrollabili, che non riusciamo più a stare vicini alla spiaggia. Andiamo a cena in un ristorantino dell’interno dove il rumore dell’oceano arriva più attutito e appena finito scappiamo a gambe levate verso casa senza voltarci indietro. In fondo non c’è più niente da vedere.

La Oliva e Betancuria

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Eccoci catapultati in un vecchio film spaghetti western: gli edifici bassi in pietra dipinti di bianco, stradicciole polverose color ocra, la Casa de los Coroneles, un casermone staccato dal piccolo centro, ma abbastanza vicino da mantenerne il controllo. IMGP3584E assolutamente nessuno in giro, a parte noi due. L’unica cosa che stona in questo quadretto è il profilo del vulcano che fa da sfondo: non sono esperta di spaghetti western, ma dubito che i vulcani fossero inclusi nel pacchetto. La Oliva decisamente ha perso il fermento che doveva avere secoli fa quando era ancora la capitale di Fuerteventura e le milizie spagnole, fuori dal controllo diretto della corona, spadroneggiavano sulla popolazione locale, proprio da qui. Gli resta il fascino della decadenza e dell’isolamento. Lo stesso fascino che si respira anche più a Sud a Betancuria. IMGP3606La posizione è invidiabile: ben nascosto dalle colline circostanti e dalla vegetazione, sempre per ingannare i soliti pirati, il villaggiofu fondato da Jean de Bethencourt e ampliato successivamente dai francescani, come dimostrano l’imponente Iglesia de Santa María e le rovine del vicino monastero. Per un panorama completo, il consiglio è di salire al Mirador Morro Velosa, da cui si gode di una vista che spazia non solo su Betancuria, ma su tutto il Parco Naturale che sta alle sue spalle e da cui prende il nome.

Cofete

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Dopo solo un giorno nell’interno dell’isola ci manca l’oceano, per cui senza troppi complimenti ci rimettiamo in viaggio verso la Penisola di Jandía, a sud. Il nostro obbiettivo è la spiaggia di Cofete, la più difficile da raggiungere e quindi per noi la più affascinante di tutta l’isola. Per arrivarci attraversiamo tutto il Parco Naturale di Jandía, fatto di colline verdi e spoglie scogliere rocciose. È dietro una delle tante curve che ci riserva la strada verso Cofete, che ci imbattiamo nello scheletro di una chiesa in rovina, ormai preda della vegetazione circostante: una vera e propria cattedrale nel deserto; un deserto fatto di piante verdi e arbusti spinosi.

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Proseguendo verso le scogliere occidentali il vento aumenta, la vegetazione diminuisce e le strade diventano sempre più dissestate. All’orizzonte si ammassano nuvole scure, ma noi non ci arrendiamo.
Siamo decisi ad arrivare fino a Cofete e quando finalmente ci arriviamo, il tempo nuvolo, le goccioline di pioggia, i cavalloni grigi del mare, perfino il minuscolo cimitero spoglio di tombe senza nome, tutto sembra perfettamente calibrato per non disattendere le nostre aspettative: volevamo un posto di frontiera, grezzo e senza fronzoli, dove rimettere tutto in prospettiva. Ce lo abbiamo davanti. Non c’è che dire.

Mentre sto lì in silenzio capisco che questo posto rimarrà scolpito nella mia mente come uno dei più speciali in cui sia mai stata.

E così anche l’avventura canaria è finita qui. Quale parte del viaggio vi è piaciuta di più? Scrivetemelo nei commenti qui sotto ;D

Al prossimo viaggio!

Post collegati: Lanzarote e Fuerteventura; Canarie #1 – L’artista, la sua ossessione e la sua isola; Canarie #2 – Welcome to the Moon

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