Episode #4 – Vietnam del Sud

“Stiamo dunque attraversando un braccio del Mekong, sul traghetto tra Vinhlong e Sadec, nella grande pianura di fango e di riso del sud della Cocincina, la pianura degli Uccelli.

Scendo dall’autobus, mi avvicino al parapetto, guardo il fiume. Mia madre mi dice a volte che mai, in tutta la vita, vedrò fiumi belli come questi, grandi, selvaggi come il Mekong e i suoi bracci che scendono verso gli oceani, distese d’acqua che spariscono nelle profondità degli oceani. Nel paesaggio piatto a perdita d’occhio questi fiumi scorrono veloci, si riversano in mare come se la terra si inclinasse.”

L’Amante – Marguerite Duras

Saigon

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Ho Chi Minh City, o Saigon, se vogliamo chiamarla con il suo elegante nome più antico, è, come ci si aspetterebbe da una capitale, effervescente e dinamica, ricca di contrasti con i suoi palazzi storici e grattacieli avvenieristici, musei a ricordo degli eventi tragici che hanno caratterizzato il Paese nel recente passato e un’aria frizzante di continuo fermento che la proietta dritta verso il futuro. Anche i riferimenti cinematografici sono ovunque: per esempio uno dei locali più conosciuti è l’Apocalypse Now.

Per me, però, rimarrà per sempre la città dove ho scoperto il caffè vietnamita: una prelibatezza declinata in innumerevoli varianti, ma con delle caratteristiche note di cioccolato che, unite alla dolcezza del latte condensato e al sapore deciso del caffè, ti avvolgono in un momento di lussuria vera. Sì nella mia mente di ghiottona la gola e la lussuria vanno di pari passo, è così. Questo caffè ve lo servono praticamente in tutti i bar e i ristoranti di Saigon: c’è addirittura una catena di caffetterie, Trung Nguyen Coffee, che serve tra le altre cose il leggendario ca phe chon, i cui chicchi vengono recuperati integri dalle feci delle donnole; se vi interessa provarlo chiedete del n. 8, ma vi avviso che è il più caro tra tutte le varietà. Nel piccolo shop adiacente, invece, si può comprare il caffè macinato o in chicchi e il bricchetto apposito per la preparazione; scordatevi pure la nostra moka.

Chiaramente non si vive di solo caffè, quindi tra una pausa in caffetteria e l’altra siamo riusciti anche a visitare un po’ la città. Uno dei modi migliori di ammirarla è imgp6577sicuramente sorseggiare un drink in uno degli innumerevoli Skybar all’ultimo piano di hotel e grattacieli del centro. Noi siamo stati al Saigon Saigon, all’ultimo piano del Caravelle Hotel, con tavolini anche all’aperto e una vista com’è d’obbligo mozzafiato. Peccato per i drink che assomigliavano più a succhi di frutta. Ho poi scoperto, girando un po’ fuori dall’Italia, che la cosa è piuttosto comune, specialmente in Asia, dove onestamente la tradizione dei cocktail non esiste.

Questa zona è anche ricca di negozietti di artigianato e antiquariato: proprio uscendo dal Caravelle Hotel, al 48 di Đông Du Street, noi siamo incappati nel Tara and Kys Art Gallery, un negozietto molto interessante dove abbiamo comprato una stampa in stile fumetto raffigurante la vecchia Hanoi, che ancora oggi troneggia nel nostro minuscolo salottino.

Di giorno, invece, abbiamo deciso di perderci tra le viuzze della vecchia Saigon, seguendo uno degli itinerari proposti dalla nostra fedele Lonely Planet. Siamo partiti dal mercato di Ben Thanh, il mercato più famoso della città: è certamente una delle attrazioni turistiche più visitate e, per questo, in quanto a veridicità non è neanche imgp6552lontanamente paragonabile ai mercatini che avevamo visitato nella zona del Black River. Nonostante questo resta interessante per il contrasto tra la posizione iper-centrale tra i grattacieli e la tipica aria decadente delle bancarelle rumorose, multicolore e addossate l’una all’altra. In più si possono trovare i frutti più disparati e deliziosi, tra cui anche il famigerato Durian, quello dalla tipica forma a pallone da football e il sapore di formaggio: se non avrete il coraggio di provarlo consolatevi ricordando che anche i locali o lo amano alla follia o lo detestano imperituramente; con il Durian non esistono mezze misure! Noi per non sbagliare, abbiamo ripiegato su rambutan, dragon fruit e mango, pur sempre esotici, ma più vicini alla nostra idea di frutta.

Poi, visto che ci affascinano i fiumi e i canali che attraversano le città, ci siamo diretti verso il lungo-fiume: se avete visto quello di Bangkok probabilmente rimarrete delusi, visto che le rive del fiume non sono ricche di negozietti e localini, almeno in questo punto, e in più la strada principale corre proprio lì accanto, caotica e rumorosa.
Siamo rientrati quasi subito verso l’interno alla ricerca del Teatro Municipale, un maestoso palazzo coloniale in stile belle époque, e della statua di Ho Chi Min, che ancora oggi è talmente amato dai vietnamiti da essere raffigurato praticamente ovunque, specialmente a Saigon. Per dirne una, nell’edifico che ospita le Poste Centrali, progettato da Gustave Eiffel, sì proprio quello della torre parigina, è appeso un enorme mosaico raffigurante il leader rivoluzionario, circondato da mappe storiche sul Vietnam del Sud.

Il nostro giretto si è concluso al ristorante Hoa Tuc, a pochi minuti a piedi dal Palazzo del Comitato del Popolo. Il locale si trova in un cortile interno, un po’ nascosto, che vi farà dimenticare i rumori cittadini. I calamaretti con salsa al tamarindo erano spettacolari, come anche il caffè vietnamita, una spanna sopra quello più industriale della catena Trung Nguyen Coffee.

Delta del fiume Mekong

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Dopo solo un giorno e mezzo speso a rifamiliarizzare con il contesto urbano, abbiamo sentito nuovamente il richiamo della natura, che vicino a Saigon non può che tradursi in un’escursione sul delta del Mekong: dopo aver girato come dei dannati tra le migliaia di agenzie turistiche che offrono gli stessi identici pacchetti e aver letto svariate recensioni su internet, abbiamo optato per un 2 giorni/1 notte offerto dall’agenzia Innoviet.

Siamo partiti con il battello per raggiungere la sponda più selvaggia del fiume dove abbiamo continuato tra canali, giunchi e palme con una barchetta a remi fino ad
arrivare nella zona di Vinh Long, dove una famiglia del luogo ci ha ospitato per pranzo. Nel pomeriggio abbiamo fatto un bel giro in bicicletta passando tra canali, pagode e villaggi tipici fino all’ora di cena, quando siamo rientrati per aiutare i nostri padroni di casa a cucinare per tutti. Dopo cena, esausti, ci siamo addormentati di sasso nel nostro bunker: onestamente non si poteva definire camera, visto che eravamo rinchiusi dentro un cubo di cemento armato con tetto di lamiera su cui si sentivano correre gli animali, che voglio pensare non fossero ratti.

Il giorno dopo sulla via del ritorno, ci siamo fermati per visitare un mercato galleggiante, imgp6737che purtroppo è stata una delusione: mi ha dato l’impressione di essere stato quasi ricreato apposta per i turisti: un peccato.

Con il senno di poi e paragonandolo ai tour che abbiamo fatto nel Nord del Vietnam, forse una giornata poteva essere sufficiente. Nonostante questo continuo a pensare che dei piccoli compromessi a volte sono necessari per riuscire a immergersi anche solo per poche ore e in un contesto edulcorato, nella vita delle persone che giorno dopo giorno abitano quei luoghi e che contribuiscono a plasmarli.

Così è finita la nostra prima avventura asiatica e devo dire che ci resterà per sempre impressa nella memoria.

E a voi quale parte del viaggio ha intrigato di più? Scrivetemelo nei commenti qui sotto.

Al prossimo viaggio!

Post collegati: Vietnam e Cambogia; Episode 1 – Tre giorni ad Angkor Wat; Episode 2 – Vietnam del Nord; Episode 3 – Le Città Storiche

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Vietnam e Cambogia #3 – Due treni, tre biciclette e un battello

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Da Hanoi prendiamo il nostro primo treno vietnamita in direzione di Hue, la vecchia capitale dell’impero Nguyen. Il treno è un’ottima soluzione per risparmiare soldi e guadagnare tempo: non perché sia veloce, scordatevelo! Ma piuttosto perché viaggiando di notte potrete dedicare il giorno alle visite invece di impiegarlo negli spostamenti. Potete chiedere alle agenzie del posto di prenotarvi i biglietti: la stessa Etnic Travel offre anche questo servizio.

Hue

imgp6370Hue fu capitale dell’impero Nguyen dal 1802, quando la dinastia Nguyen decise di spostare la residenza imperiale da Hanoi a Hue nel tentativo di unificare il Vietnam del Nord con quello del Sud. A nord del Fiume dei Profumi sorge la cittadella, cinta da mura lunghe 10 km, al cui interno ancora oggi risiede parte della popolazione cittadina. Al centro della cittadella sorgono il Recinto Imperiale, che ospitava le residenze imperiali, e la città Purpurea Proibita, residenza delle concubine dell’imperatore. L’accesso alla città Purpurea Proibita era consentito ai soli eunuchi e ovviamente all’imperatore, mentre qualunque tentativo di accesso da parte di altri uomini era punito con la morte. Noi abbiamo passato un giorno intero a visitare il recinto imperiale e la cittadella circostante e devo dire che ne vale davvero la pena.

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Il secondo giorno invece abbiamo affittato le bici e siamo andati alla scoperta dei dintorni, specialmente del lungo fiume e delle tombe imperiali come quella di Tu Duc, Dong Khan e Thieu Tri che sono abbastanza vicine tra loro. I dintorni della città sono subito molto verdi e tranquilli, una piacevole pausa dal caos delle strade cittadine.

Hoi An

img_1981Sempre con il treno abbiamo salutato Hue per spostarci verso la Venezia d’Oriente, com’è chiamata la città di Hoi An: sorge, infatti, sul delta di un fiume ed è attraversata da canali. L’atmosfera è sicuramente incantevole, specialmente nella città vecchia, dove si possono visitare le vecchie case dei ricchi commercianti cinesi, completamente restaurate. Ovviamente è molto turistica, cosa che insieme con i colori sgargianti dati dall’eccessivo restauro, contribuisce a creare quell’effetto Disneyland un po’ fastidioso.

Noi avevamo deciso di fermarci qualche giorno per approfittare anche delle belle spiagge spaziose e rilassanti. Un consiglio culinario: noi avevamo mangiato al Morning Glory Street Food Restaurant, sulla via principale del centro storico, ed eravamo rimasti molto soddisfatti dagli accostamenti particolari dolce-salato e il menù variegato. Il costo era decisamente nella media.

Cham Island

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Dopo aver letto sulla guida la descrizione di queste isolette quasi disabitate, circondate da acque cristalline e lussureggiante vegetazione poco a largo della costa di Hoi An, non abbiamo resistito e siamo partiti all’avventura.

Il battello che collega la terra ferma alle isole parte soltanto la mattina presto intorno alle 7.30-8: è il battello dei rifornimenti visto che neanche l’isola principale, img_1972l’unica abitata, è dotata dei servizi minimi come l’acqua potabile. L’energia elettrica funziona grazie a un generatore che verso le 22.00 viene staccato facendo precipitare l’isola nel buio e nel silenzio più assoluti. Una sensazione che io personalmente non avevo mai provato in vita mia e che contribuisce al fascino delle isolette. Anche solo per questo vale la pena passarci una notte. Di giorno ci sono decisamente più attività a cui dedicarsi, specialmente per gli appassionati di snorkeling o di immersioni, ma anche per chi ama fare passeggiate nella natura o rilassarsi in spiagge deserte all’ombra di un palmeto.

Unica pecca, essendo così piccola e ancora poco turistica, il cibo non è vario e stuzzicante come il Vietnam ci ha abituati: la prima sera ci siamo seduti su delle sedioline di plastica che sembravano essere il dehors di una piccola taverna familiare affacciata sul lungomare. In realtà erano di una signora che abitava in una viuzza lì vicino, cucinava direttamente a casa sua e, purtroppo, neanche troppo bene. Comunque anche per queste piccole avventure culinarie vale la pena farci un salto.

My Son

imgp6474Dopo il dolce far niente delle isole Cham, ci siamo rituffati nell’avventura archeologica visitando in giornata il sito di My Son, il più grande sito di antiche rovine del regno Champa esistente in Vietnam. Il regno Champa fu uno dei più importanti del Vietnam e toccò il suo massimo splendore intorno al IX e X secolo, quando i monarchi potevano addirittura permettersi di rivestire d’oro la sommità delle torri. Il sito di My Son è patrimonio dell’Unesco; nonostante ciò, purtroppo, è mal-conservato, anche perché durante la guerra il sito era diventato un quartier generale dei viet cong: grazie alla fitta vegetazione, offriva infatti un nascondiglio perfetto dagli aerei nemici. Ad ogni modo vale una visita, meglio se guidata, per avere un’idea degli usi delle popolazioni che hanno abitato queste terre secoli fa e di cui onestamente non sappiamo proprio nulla.

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Episode 2 – Vietnam del Nord

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Dopo la capatina ad Angkor Wat, ci siamo spostati a Hanoi via aereo: ci sono diverse compagnie che coprono questa tratta, tra cui Vietnam Airlines e la più conosciuta AirAsia, che normalmente consiglio in modo particolare per l’ottima qualità del servizio abbinata a un prezzo super vantaggioso. In questo caso però AirAsia non offre voli diretti e quindi a parità di costo meglio appoggiarsi a Vietnam Airlines che invece vola direttamente su Hanoi.

Abbiamo usato Hanoi come campo base e ci siamo appoggiati a un’agenzia locale molto ben recensita sia su trip advisor che su altri siti per le varie escursioni: Ethnic Travel.

La forza delle escursioni di Etnic Travel è l’impostazione esperienziale della visita invece della classica impostazione didascalica: la semplice visita è condita da attività sportive e culturali che creano un’esperienza a 360° rispetto al semplice passaggio in minivan con annessa spiegazione della guida. Questo contribuisce a instaurare un legame più profondo con l’ambiente circostante e le persone che lo abitano che per un turista, specialmente in Asia, non è così comune da vivere.

Noi abbiamo partecipato a 2 escursioni:

– una, obbligata, a Halong Bay e Bai Tu Long Bay (3 giorni); la seconda baia è ancora più bella della prima perchè molto meno turistica;

– la seconda nel Black River, risaie terrazzate come nella zona della più conosciuta Sapa, ma molti meno turisti e, di conseguenza, locali ancora poco abituati al turismo. La sensazione prevalente è quella di immergersi nel vero Vietnam. Questa è stata l’escursione migliore di tutto il nostro viaggio!

Halong Bay e Bai Tu Long

imgp6320La baia di Halong e quella minore di Bai Tu Long sono due luoghi di bellezza naturale mozzafiato. Halong Bay significa letteralmente “luogo in cui si inabissò il dragone”, e si riferisce alla leggenda secondo la quale durante una dura battaglia contro gli invasori cinesi, gli Dei mandarono in soccorso delle popolazioni vietnamite una famiglia di dragoni. I dragoni iniziarono a sputare gioielli che si trasformarono negli isolotti verdi che punteggiano le due baie, e che si unirono a formare una muraglia contro gli invasori.

Noi ci siamo goduti al meglio Halong Bay, nuotando nella luce del tramonto tra la miriade di isolotti a forma di panettone sparsi nella baia. Quando il sole si è tuffato nel mare abbiamo continuato la nostra piccola crociera nel silenzio della sera, in un’atmosfera resa magica dalle formazioni calcaree che affiorano scure e imponenti dalle acque nere.

Il mattino dopo abbiamo raggiunto uno degli ultimi villaggi galleggianti della baia, dove abbiamo incontrato gli abitanti che, com’è comprensibile che sia, sono sempre meno: quasi tutti i ragazzi giovani ormai si trasferiscono sulla terra ferma che offre maggiori possibilità e i pochi che restano nel villaggio si dedicano alla pesca e all’artigianato da vendere ai turisti. Per questo, credo sia particolarmente importante comprare qualcosina per supportare il villaggio nell’unico modo che fa veramente la differenza. Detto questo, la sensazione di vita sospesa e quasi di morte che si respira in questa realtà fuori dal tempo a me ha messo leggermente a disagio e sono stata quindi quasi contenta di ripartire.

Sempre in barca ci siamo spostati verso Bai Tu Long, la baia minore e meno famosa delle due. Qui siamo scesi su una delle isolette principali che abbiamo attraversato in bicicletta fino a raggiungere la nostra sistemazione per la notte, a casa di una famiglia locale che ci ha insegnato a preparare gli originali spring rolls vietnamiti. Purtroppo la fame ha influito negativamente nell’apprendimento della tecnica di preparazione: risultato i nostri rolls assomigliavano più a dei giganti cannelloni che al delicato antipastino che dovevano essere; per cui ci siamo dati da fare a mangiarli il più in fretta possibile per non lasciare traccia del nostro fallimento.

Black River

Rientrati al nostro campo-base di Hanoi, abbiamo fatto giusto in tempo a mangiare un boccone sugli sgabellini di plastica tipo asilo di uno dei tipici dehors improvvisati della capitale del Nord ed era già quasi ora di partire per un’altra avventura. Il fiume nero e i suoi paesaggi mozzafiato di risaie terrazzate ci aspettavano e noi non vedevamo l’ora di ripartire.

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Dopo circa 5 ore di minivan, in cui abbiamo rischiato nell’ordine di: fare un frontale, investire una mucca, scontrarci con un tir in retromarcia ed entrare nella vetrina di un negozio – tutti rischi, ci tengo a dire, alla fine scongiurati – siamo arrivati sani e salvi in una valle attraversata da un fiume circondato dalle tipiche risaie e colline ricoperte di giungla. Il tutto trapuntato da piccole palafitte di legno. Il fiume in alcuni punti si allarga talmente tanto da sembrare un lago. La prima cosa che abbiamo fatto è stata un giro in bicicletta tra le risaie, i bufali d’acqua e le vecchine curve a raccogliere il riso, fino a raggiungere una collina piuttosto dolce. Qui abbiamo abbandonato le bici e ci siamo addentrati a piedi nella giungla dietro la nostra guida che ci indicava fiori, piante e animaletti particolari. Diciamo che avrebbe potuto essere più loquace, la nostra guida, ma tutto sommato ci ha guidati in mezzo alla giungla senza perdere nessuno per strada, quindi direi che il suo lavoro l’ha fatto. A metà strada siamo stati colti da un acquazzone: per fortuna i proprietari di una piccola palafitta nelle vicinanze ci hanno invitati a ripararci da loro: eravamo una decina, fradici, infangati e non propriamente profumati, quindi sono stati veramente gentilissimi.

img_1746Giunti al villaggio siamo stati ospiti della famiglia del capo villaggio, con cui abbiamo avuto occasione di chiacchierare con l‘intermediazione della nostra guida e che ci ha intrattenuto suonando della musica locale. La palafitta era spaziosissima ma molto spartana; abbiamo domito su un materassino per terra sotto una semplice zanzariera, circondati dai rumori degli animali e della giungla. Un’esperienza indimenticabile.

Il giorno dopo abbiamo fatto un giro in barca sul fiume e ci siamo preparati il pranzo a casa di un altro abitante del villaggio, sotto la supervisione della madre del proprietario e della nostra guida.

Hanoi

imgp6036Rientrati dall’esperienza del Black River, Hanoi ci è sembrata più trafficata che mai, anche se in realtà, rispetto alle metropoli asiatiche sembra sicuramente più a misura d’uomo. Il centro non è grandissimo e in una giornata si gira facilmente a piedi. Casette basse stile cinese antico e palazzi più stile coloniale, piuttosto ben conservate, si alternano intorno a un laghetto artificiale. Rispetto alle grandi città asiatiche conserva un’atmosfera antica e decadente, forse retaggio del suo passato coloniale francese, che a noi è particolarmente piaciuta.

Ma il vero motivo per passare da Hanoi è il cibo: la città è riconosciuta come capitale gastronomica del Vietnam, un Paese con una varietà di piatti e preparazioni da far invidia alla tradizione italiana. Anche nella cucina è evidente l’influenza coloniale europea che fondendosi con la tradizione asiatica ha creato un delizioso mix di sapori, che si può gustare non solo nei ristoranti di alto livello, ma anche nei baracchini per strada.

Menzione speciale per un’altra escursione che dovrebbe essere fantastica: quella sul Delta del Fiume Rosso. Purtroppo non so darvi molte indicazioni perché noi per mancanza di tempo non siamo riusciti a farla, ma alcuni ragazzi che abbiamo incontrato ne erano entusiasti. Per chi è interessato consiglio comunque di dare un’occhiata al sito di Etnic Travel che organizza un’escursione anche in questa zona.

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Good morning Vietnam!

Vietnam – Pho Bo

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Per rappresentare la cucina vietnamita la lista di piatti deliziosi è vastissima. Avrei potuto descrivervi gli Spring Rolls freschi, simili ai più noti involtini primavera cinesi, se non fosse che sono completamente crudi e contengono anche menta e altre erbe aromatiche, oltre ai più comuni germogli di soia, carote e verza. Un’altra scelta eccellente sarebbe stata la più esotica insalata di mangosteen e gamberi, dove il dolce degli spicchi bianchi del mangosteen si sposa perfettamente con il sapore delicato dei gamberi crudi. 

Ma, visto che siamo ancora in inverno, non ho resistito alla tentazione di proporvi una bella zuppa bollente e per questo primo post ho deciso di raccontarvi il piatto principe dello street food di Hanoi, nonché una delle ricette più famose della cucina vietnamita: il Pho Bo.

Letteralmente significa zuppa (Pho) di manzo (Bo) e in effetti  si tratta proprio di un brodo di carne speziato con spaghettini di riso, filetti di carne di manzo cotti o crudi (Pho Bo tai), salsa nuoc man, la tradizionale salsa di pesce fermentato; il tutto accompagnato da fresche erbe aromatiche. Si tratta di un pasto della cucina popolare, veloce da gustare ed economico. Tradizionalmente era consumato a colazione, ma oggi si mangia comunemente anche a pranzo o cena.

L’origine del piatto é piuttosto misteriosa. Salvo una traccia del nome in alcuni archivi storici risalenti al 1925, non si hanno notizie certe. Varie sono le ipotesi: la più attendibile ritiene che la zuppa sia originaria del villaggio di Nam Dinh non lontano da Hanoi. Durante l’epoca coloniale questo villaggio era letteralmente preso d’assalto dai coloni francesi, che, per sentirsi più a casa hanno rivisitato la tradizionale zuppa locale di spaghettini di riso e di brodo di pesce con il pot-au-feu francese, il bollito di manzo.

Oggi esistono diversi tipi di Pho, soprattutto da dopo il  1945, quando i prodotti e i piatti tradizionali del Vietnam del sud e del Vietnam del nord hanno iniziato a mescolarsi sempre più, fino a creare nuove gustosissime ricette o varianti delle ricette originali, come il Pho Ga, ossia la zuppa di pollo.

Per assaggiare il tradizionale Pho Bo ad Hanoi basta scegliere una delle mille bancarelle itineranti della città, sedersi sui mini sgabelli, contemplare la preparazione e lasciarsi inebriare dall’intrigante profumino del brodo e dei vari condimenti: lime, peperoncino fresco, pepe, salsa di pesce fermentato, e chi più ne ha, più ne metta!

La sua preparazione tradizionale è molto lunga, richiede infatti ore e ore di ebollizione e molteplici ingredienti, ma se avete già l’acquolina in bocca, e non temete le lunghe preparazioni, ecco qui cosa vi occorre per preparare il tradizionale Pho Bo per 6 persone:

Brodo:

  • 600 gr di ossa di manzo
  • 250 gr di spalla o fesa di manzo
  • 15 gr di scalogno
  • 20 gr di zenzero fresco
  • 1 anice stellato, 3 stecche di cannella e 1 seme di cardamomo nero (no verde)
  • 400 gr di spaghettini di riso

Servizio:

  • 100 gr di fettine sottilissime di manzo
  • 60 gr di foglie di menta
  • 60 gr di coriandolo
  • 60 gr di cipollato
  • 2 peperoncini finemente tritati
  • 2 lime in spicchi
  • 5 cucchiai di nuoc mam o altra salsa di pesce fermentato
  • Sale e pepe

Preparazione:

Grigliate lo zenzero e lo scalogno. Frantumate l’anice e il cardamomo e metteteli in un sacchetto di stoffa assieme alle stecche di cannella, lo zenzero e lo scalogno. Mescolate le fettine di manzo con un po’ di zenzero fresco. Sciacquate le ossa di manzo ed immergetele in 1 litro di acqua fredda e portate a veloce ebollizione per 10 minuti; schiumate se necessario. Aggiungete il sacchetto con le spezie, la salsa di pesce e il resto della carne. Abbassate il fuoco e sobbollite per circa due ore.

Rimuovete le spezie e le ossa. Togliete la carne e lasciate scolare e asciugare. Mantenete il brodo caldo ma fate attenzione a non ridurlo troppo.

Affettate la carne in piccoli pezzi. Mettete a bagno i vermicelli di riso per 30 minuti poi serviteli nelle singole scodelle. Assicuratevi che il brodo sia caldo. Disponete qualche fettina di carne, sia cruda che cotta, sugli spaghettini e aggiungete mezza manciata di erbe finemente tagliate.

Versate il brodo e coprite tutti gli ingredienti. Servite accompagnato da peperoncino fresco tagliato e lime.

Se volete essere ligi alla tradizione, usate bacchette e cucchiaio tassativamente non di metallo..e gustatelo bollente a colazione!

Un saluto dalla Li/z/etta e alla prossima ricetta ;D

Vietnam e Cambogia #1 – Tre giorni ad Angkor Wat

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In fase di pianificazione del viaggio devo ammettere che avevo qualche perplessità riguardo i 3 giorni dedicati a visitare la zona cambogiana dei templi. In genere preferisco i paesaggi naturali o quelli urbani dove posso perdermi nelle vie e nelle vite quotidiane delle persone che quei luoghi li abitano. Immaginare come doveva essere la vita nelle antiche città ormai svuotate e ridotte a una semplice istantanea di quello che furono, non mi stuzzica particolarmente.

img_1632Questa idea non poteva essere più sbagliata. Intanto la zona archeologica di Angkor Wat si estende per chilometri inglobando anche piccoli villaggi: non si ha la sensazione di entrare in un recinto chiuso, morto, che esclude ogni tipo di evoluzione o cambiamento.

L’altra stranezza, che affascina nel profondo, è la commistione con la giungla che entra, incornicia e addirittura spacca i templi, che sembrano essere appena stati scoperti durante una delle improbabili avventure di Indiana Jones.

Il brivido della scoperta è credo quello img_1601che più di tutto si ricerca quando si visitano luoghi così lontani dalla nostra vita nel tempo e nello spazio: purtroppo, per quanto mi riguarda, questa sensazione spesso viene soffocata dall’eccessiva organizzazione dei siti archeologici, dal numero di turisti, dal rumore, che impedisce di straniarsi completamente dal momento contingente. Angkor Wat è invece uno di quei pochi luoghi che hanno mantenuto quella magia della scoperta che ci spinge a visitare questo genere di siti.

Il consiglio pratico è quello di appoggiarsi a una guida almeno per una giornata intera; noi non l’abbiamo fatto, ma ce ne siamo pentiti: in molte occasioni avremmo voluto sapere qualche dettaglio in più riguardo la storia dei templi e di chi li aveva costruiti.

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