Indonesia #1 – Una fastidiosa compagna di viaggio

ovvero quando la sfortuna ti si insinua in valigia.

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Questo è stato uno dei viaggi più movimentati della mia vita; l’ho detto. E dato che il buongiorno si vede dal mattino, anche l’inizio ci ha riservato qualche sorpresa logistica. Un’incomprensione con la nostra agenzia di viaggi preferita, Cercavacanze (faccio un po’ di pubblicità, perdonatemi!), ci costa uno scalo a Doha lungo una notte intera. Per fortuna la mitica Debby si fa perdonare subito, offrendoci una camera spaziale al Mövenpick, uno degli alberghi più fighi di Doha. Mica per niente sono i miei preferiti ;D Così facciamo buon viso a cattivo gioco e ci concediamo un po’ di lusso prima delle levatacce che ci attendono. Il mattino successivo, dopo una colazione da re, ripartiamo in direzione di Java.

Arriviamo a Jakarta di sera con l’intenzione di restarci il meno possibile: dai racconti di altri viaggiatori gli aggettivi più ricorrenti per descriverla sono dispersiva, trafficatissima e deludente. Non proprio incoraggianti, dunque.

Anche il primo incontro che facciamo appena usciti dall’aeroporto non è propriamente incoraggiante: il tassista che ci carica non ha idea di dove sia il nostro hotel, che in realtà è a meno di dieci minuti dall’aeroporto, e senza mai accendere il navigatore o ascoltare le nostre indicazioni – santo Google Maps! – inizia a girovagare senza meta per quella che sembra più di mezz’ora. Dopo aver visto lo stesso isolato per tre volte senza arrivare a nulla, ci facciamo più insistenti finché lui non si arrende a seguire i consigli di questi due stranieri e del loro aggeggio infernale. In cinque minuti siamo di fronte all’ingresso dell’hotel e il nostro tassista ha il coraggio di chiederci una maggiorazione perché ha fatto molta più strada rispetto a quello che pensava inizialmente. Non parliamo di grosse cifre, come sempre in Asia, quindi potremmo accontentarlo e chiudere così quella situazione spiacevole. Ma siamo stanchi e di cattivo umore e ci disturba il modo intransigente in cui il tassista evidentemente in torto pretenda di essere comunque pagato di più, solo perché siamo occidentali. Il risultato è che rischiamo di vedere i nostri zainoni sparire nella notte buia di Jakarta insieme al tassista indispettito. Per fortuna ci viene in soccorso la guardia del nostro hotel, che si avvicina e dopo averci chiesto qual è il problema, parla al tassista in indonesiano. Solo a quel punto lui si arrende e sempre mugugnando mezzo in indonesiano, mezzo in inglese, apre il bagagliaio.

Ok, siamo tutti d’accordo che non si giudica una città dal primo episodio frustrante che capita, ma, sarà la stanchezza, o la notte buia della periferia di Jakarta, ma quando poco dopo ci addormentiamo nella nostra camera da motel, non siamo dispiaciuti di non approfondire oltre la conoscenza di questa città.

Così non appena c’è luce ripartiamo con il primo volo AirAsia verso la nostra prima vera meta del viaggio, Yogyakarta, la capitale culturale di Java, che raggiungiamo, freschi e riposati, dopo “solo” due giorni di viaggio.

Yogyakarta

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Non sono una persona mattiniera, non lo sono mai stata. Figuriamoci in viaggio. Eppure ricorderò per sempre l’Indonesia come il viaggio in cui ho visto più albe di tutta la mia vita. Come mai questo cambio di rotta? Semplice: paura. Mi spiego meglio. Dopo lo stop di una notte a Doha, dopo i due giorni di viaggio e il jet lag ancora in canna, dopo l’incontro con il tassista ruba-zainoni di Jakarta, arrivati Yogya ci permettiamo un sonnellino dopo pranzo prima di partire alla volta del centro storico, pensando di aver ormai scontato la nostra dose di bad luck. E invece, questo sonnellino si rivelerà un azzardo che ci costerà caro. Eh sì, perché a Yogyakarta, ma scopriamo che questa è un’abitudine di tutta l’Indonesia – per lo meno quella che visiteremo noi – tutte le attrazioni turistiche chiudono alle 16. E così addio Kraton, il Palazzo del Sultano; non riusciremo mai a vedere lo splendore dei tuoi lussuosi corridoi, degli spaziosi cortili interni e i tocchi europei che impreziosiscono i decori Javanesi dei tuoi ricchi padiglioni. Tanti cari saluti Pasar Ngasem, Mercato degli Uccelli; quando arriviamo noi tutti gli uccelli buoni sono stati venduti e quelli invenduti restano zitti nelle loro gabbie per far credere a tutti di non essere più lì. Persino il Taman Sari, Palazzo d’acqua, che un tempo serviva da fresco rifugio al Sultano e al suo entourage, sta chiudendo e non ci fanno più neanche avvicinare all’ingresso.

Capite che dopo un simile trauma, la sveglia prima dell’alba per tutto il resto del viaggio ci è sembrata un’opzione sensata.

Ma tornando al Taman Sari: come vi dicevo, ci stiamo per arrendere e tornare sconsolati nella piazza principale davanti al Kraton, dove già pianifichiamo di passare a turno tra i due alberi giganti che si stagliano in mezzo alla piazza, nella speranza di allontanare questa bad luck che ci sta perseguitando dall’inizio del viaggio – secondo il folclore locale, infatti, dovrebbero portare fortuna a chi è abbastanza temerario da attraversarli. Ma proprio mentre ci stiamo allontanando con lo sguardo dei cagnoloni appena sgridati dal padrone, un arzillo vecchietto si avvicina con fare baldanzoso: “Volete vedere le piscine reali?” “Ma sono chiuse” replichiamo noi. “Non preoccupatevi, venite con me che conosco un’altra entrata. Casa mia confina proprio con il Taman Sari, venite, venite!”.

Ora: sappiamo che ci sta fregando. Sappiamo che se ci va bene vuole semplicemente venderci qualcosa. Se ci va male, bè, i suoi nipotini saranno dietro l’angolo pronti a derubarci. Ma considerata l’altezza media degli indonesiani, a cui il nostro arzillo vecchietto non sfugge, e considerato che le mie due guardie del corpo sono alte quasi due metri, decidiamo di correre il rischio. Ed è a questo punto che la nostra bad luck inizia a svanire.

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Il nostro arzillo vecchietto vuole effettivamente venderci la sua paccottiglia turistica, che non degniamo del minimo sguardo, e chiaramente non ha le chiavi della porta sul retro del Taman Sari. Ma si dà il caso che il suo terrazzino confini con le piscine più belle del Palazzo d’Acqua e lui orgogliosissimo ci permette di buttare un occhio all’interno del luogo dove per generazioni i sultani Javanesi venivano a rilassarsi e rinfrescarsi, nel momento della giornata in cui la luce dorata del tramonto si riflette sulle piscine azzurre, trasformando l’acqua cristallina in verde smeraldo. Ci permette di vederle nel momento in cui mai avremmo potuto vederle, se avessimo seguito i canali regolari di visita. Totally worth it! Per questo una bella mancia all’arzillo vecchietto non l’ha tolta nessuno.

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Tornando verso casa ci fermiamo nella piazza di fronte al Kraton, che nel frattempo si è popolata di famiglie e gruppi di ragazzi e di anziani che fanno pic-nic sul manto erboso di fronte al palazzo del sultano. È già buio e le uniche luci che ci circondano sono degli scheletri di auto illuminate da led coloratissimi che girano ossessivamente la piazza a mo’ di giostra, portando giovani coppie, famigliole con bambini e impavidi turisti occidentali. Il morale torna alto, ma giusto per non rischiare, in mezzo a quello spettacolo luccicante, ci mettiamo in fila uno per uno e, al nostro turno, attraversiamo i due alberi in mezzo alla piazza.

Domani non potrà che essere un giorno fortunato!

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