Malaysian life #3 – La prima volta

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Ricordo perfettamente quando l’ho sentita per la prima volta, circa tre settimane dopo il mio arrivo a KL. Ero seduta al bancone dello Starbucks di Suria, il centro commerciale dentro le Petronas, dove andavo sempre a Skypare con Marco, la mia famiglia e i miei amici di sempre. L’ho avvertita improvvisamente, tra il cuore e lo stomaco: quella sensazione di appartenenza, di non sentirsi di passaggio, in vacanza o in viaggio di lavoro, ma di essere nella MIA nuova città.

Al lavoro ero ancora all’inizio, ma già sentivo che piano piano stavo entrando nei meccanismi; il tragitto casa-ufficio l’avevo ormai interiorizzato, andavo con il pilota automatico. A casa avevo addirittura fatto il grande passo che mi aveva elevato da semplice ospite temporaneo a condomino: avevo portato le lenzuola a lavare in lavanderia. A Torino non lo farei mai. Le lenzuola le lavo a casa e se è una bella giornata le stendo fuori in balcone, se no sullo stendino davanti al termosifone. Ma a KL la lavanderia è dentro il condominio, lava e stira tutto a un prezzo ridicolo e in tempi da record mondiale. In più gli studi sono talmente piccoli che se stendi le lenzuola in casa ti tocca dormire in corridoio! La cosa più naturale del mondo diventa per (quasi) tutti, quindi, portare il bucato in lavanderia. Quel giorno, semplicemente, era toccato a me!

E giusto prima di mettermi a scrivere mollemente sul divano, ricordo bene che una malsana idea da NewYorkese-troppo-impegnata (o forse troppo calata nel ruolo del la NewYorkese-troppo-impegnata) mi era balenata nella testa: farmi mezz’oretta di cyclette alle 10 di sera nella palestra del condo. Vestita di tutto punto ero arrivata al 30esimo piano, senza considerare però che, essendo a Kuala Lumpur e non a New York, la palestra sarebbe stata chiusa, e da un bel pezzo anche! Come un gong, il rumore della serratura chiusa, mi aveva risvegliata dal mio insensato sogno sportivo. In fondo sono sempre stata più una ragazza da Kuala Lumpur che una da New York: alle sedute notturne in palestra preferisco ingozzarmi di Nasi Goreng e Nasi Lemak. L’unica cosa da fare era quindi consolarsi pensando che, qualunque cosa fosse accaduta, la prova “costume” della Befana l’avrei certamente passata; e per quella estiva c’era ancora tempo!

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Messico #1 – Non puoi snobbare la capitale!

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Cosa ci aspettiamo da Città del Messico? Non molto in realtà. E infatti decidiamo di passarci solo 2 giorni e ripartire subito dopo verso il Chapas, la zona che più ci stuzzica di questo nostro itinerario messicano. Ma la capitale ci mostra immediatamente il suo lato migliore e ci costringe a cambiare idea. Non appena scendiamo in strada in direzione Catedral Metropolitana e Templo Mayor ci imbattiamo nell’equivalente messicano dei nostri bar all’ora della colazione: fullsizeoutput_131esenza neanche accorgerci veniamo inglobati in una coda disordinata di impiegati, operai e studenti che attendono impazientemente il loro taco ripieno mattutino, da una bancarella in mezzo alla strada. Abbiamo appena fatto colazione in hotel, ma senza neanche accorgercene siamo già a metà di una lunghissima coda disordinata, talmente sono veloci, questi della bancarella, a distribuire taco bollenti. E gli occhi soddisfatti di quelli che se ne sono già accaparrato uno non mentono: devono essere deliziosi! Mentre camminiamo strapieni verso la Cattedrale, pensiamo che l’accoglienza non poteva essere migliore.

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Quello che ci colpisce della Cattedrale, non è l’imponenza, quella è tipica di tutte le cattedrali; né l’atmosfera seriosa, quella è tipica della maggiorparte dei luoghi di culto. Quello che ci folgora come un fulmine prima ancora di entrare dai portoni di legno scuro è la vicinanza impressionante con il Templo Mayor, il tempio più importante dell’antica capitale azteca di Tenochtitlan, le cui rovine sono oggi uno dei siti archeologici principali di Città del Messico. Il presente e il passato della città sono uno di fianco all’altro, segni visibili della storia che ha attraversato questi luoghi. Anzi delle storie: la storia opulenta delle civiltà pre-colombiane, quella dolorosa della conquista spagnola e quella dell’equilibrio precario in cui vivono oggi le varie anime che compongono il Messico moderno. La stessa folgorazione l’avremo anche in Chapas, quando vedremo le famiglie Maya della zona impegnate in riti quasi pagani all’interno della chiesa cristiana di San Juan Chamula. Passato e presente talmente intrecciati, che è quasi impossibile distinguerli.

Mentre ci allontaniamo dal passato antichissimo del Templo Mayor, le grida del signor Alfonso, uno dei tanti venditori delle tiendas ai lati della strada, ci riporta al presente: si

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sta rivolgendo proprio a noi, anzi proprio a me, invitandomi a prendere il suo posto di banditore di delizie messicane per qualche minuto, mentre riposa il vocione! Accetto la sfida impavida, anche contando sul fascino della straniera, ma, ahimè, non reggo il confronto con il signor Alfonso che, dopo poco riprende il suo posto, senza nascondere un sorrisetto soddisfatto sotto i baffi. In cambio dei miei servigi comunque ci accaparriamo degli spuntini niente male e con il palato stuzzicato per bene siamo pronti a proseguire la nostra esplorazione della città: direzione Palacio Nacional.

Il Palacio Nacional è un altro esempio di contaminazione tra la tradizione indigena messicana e quella dei conquistadores europei. L’edificio è chiaramente iberico, mi

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ricorda quasi il Mosteiros de Jeronimos di Lisbona. I murales che impreziosiscono le sue pareti, invece, ripercorrono tutta la storia messicana, partendo ovviamente dalle civiltà pre-colombiane, con uno stile netto, quasi fumettistico che non è comune nella tradizione pittorica europea. O almeno questa è la sensazione che ho io, mentre cammino nella sua elegante corte interna.

Il giorno dopo lo dedichiamo interamente all’escursione più popolare tra tutte quelle disponibili a Città del Messico: le rovine di Teotihuacan, la città dove sono nati gli Dei. La popolazione Nahua, addirittura credeva che fosse il luogo da cui gli Dei avevano creato tutto l’universo. E in effetti, la vista dalla cima dei templi principali, quello del Sole e quello della Luna, lascia facilmente immaginare quanto doveva essere vasta questa città, mentre dai suoi murales perfettamente preservati, capiamo quanto doveva essere ricca e abbagliante, nel suo momento di massimo splendore.

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Uno splendore e un’eleganza che il Messico non ha più visto nemmeno sotto i conquistadores europei, che in fondo non erano altro che mercenari guidati dalla sete di ricchezza e avventura. Non erano certo interessati ad abbellire finemente le proprie residenze messicane! Restiamo a bighellonare a Teotihuacan per tutto il giorno, riempiendoci gli occhi di quella bellezza così distante da quello che ci è familiare e quando arriva l’ora di tornare in hotel, quasi ci dispiace dover ritornare alla realtà. Ci consoliamo pensando a tutti i templi Maya che ci aspettano nella seconda parte del viaggio e andiamo a dormire impazienti di partire per la meta successiva: San Cristobal de las Casas tra le montagne del Chapas.

Al prossimo episodio!

Post collegati: Messico – Chiapas e Yucatán; Messico #2 – TBD; Messico #3 – TBD; Messico #4 – TBD

Indonesia #2 – Albe e vulcani

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“Sebbene sembrino un paradiso tropicale, le isole di Giava e Sumatra sono in realtà le regioni geologicamente più instabili e pericolose della Terra. Qui convergono i due grandi archi di debolezza della crosta terrestre – l’alpino-himalayano e il circumpacifico – che danno come risultante la zona più vulcanica del mondo: circa 500 vulcani, 117 dei quali in attività.”

Walter Bonatti

Noi di quei 500 ne abbiamo visitati soltanto due, purtroppo: il vulcano del Bromo e quello di Ijen; entrambi a sud di Yogya, entrambi attivi, entrambi uno spettacolo straordinario, anche se in modi diversi.

Abbiamo lasciato Yogya dopo appena 2 giorni prendendo il primo treno per Surabaya. Da lì abbiamo proseguito in autobus fino a Probbolingo, la cittadina più vicina al Parco del Bromo, da cui partono quotidianamente piccoli minivan che fanno la spola portando i turisti in cima al vulcano. Piccola parentesi sulla cittadina di Probbolingo: ne ho un ricordo vago e sgradevole, come di fregatura. Neanche troppo vago a dirla tutta, visto che all’andata l’autista del minivan diretto al Bromo ci fa aspettare più di due ore l’arrivo di altri fantomatici passeggeri per far partire il minivan al completo e farci pagare il prezzo concordato. In realtà siamo già al completo, aspettare non è quindi necessario, se non per tirare su un po’ il prezzo. Ovviamente, non essendoci alternative, paghiamo il sovrapprezzo, sperando di allontanarci il prima possibile da quel covo di imbroglioni. Quello che ancora non sappiamo è che quella non sarà l’ultima visita alla ridente Probbolingo e ai suoi avidi abitanti.

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Arrivati sull’altipiano del Bromo riusciamo a trovare posto in una delle guesthouse che si affacciano sul vulcano. Lo spettacolo è emozionante: nessuno di noi ha mai visto un vulcano attivo in vita sua e quel cappello di fumo che spunta dalla cima mozzata ci elettrizza tanto che il cattivo umore di Probbolingo è già uno sbiadito ricordo. E’ tardo pomeriggio e noi abbiamo ancora un grande obbiettivo da raggiungere: scalare il Bromo prima del tramonto. Senza perdere neanche un secondo, lasciamo gli zainoni in stanza e ci tuffiamo nel mare di sabbia che ci separa dalle pendici del vulcano. Se non fosse per il clima temperato e il vento gelido sembrerebbe di essere stati catapultati nel Sahara: oltre a noi, alla sabbia e a uno sparuto alberello in mezzo al nulla, non troviamo altra forma di vita. Saliamo sul vulcano e ad ogni passo l’odore di zolfo aumenta, il fumo è sempre più denso, ma per fortuna gira con il vento e riusciamo a respirare senza troppe difficoltà.

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Guardiamo nella bocca del cratere aspettandoci quel bel rosso incandescente e zampillante di lava: in realtà il cratere è abbastanza piccolo e il fumo che si innalza denso non ci lascia vedere un tubo di niente. Ma siamo lì, in cima, soli e il sole sta tramontando dietro il mare di sabbia. E ci sentiamo Indiana Jones: gli ultimi esploratori del mondo, impavidi, inarrestabili, pronti a tutto. Forse, per quanto famoso, il Bromo è un’escursione troppo impegnativa per la maggior-parte dei turisti, che la salta quindi a piè pari. Quel pomeriggio, per un attimo lo pensiamo veramente. Ovviamente ci sbagliamo di grosso e ce lo dimostra, impietosa, quella stessa notte.

Tuta di pile, giacca a vento, scarponcini e lucetta frontale: è questo il nostro abbigliamento alle 3.00 del mattino mentre camminiamo nel buio più assoluto verso la cima del monte che si affaccia sul Bromo, pronti per vedere una delle albe più affascinanti della nostra vita. Partiamo euforici, ma anche titubanti: è buio pesto, non sappiamo bene la strada e siamo soli. O forse no. Passo dopo passo, vediamo in lontananza altre luci tagliare il buio della notte tutte proiettate nella nostra direzione: sono altri turisti come noi che hanno deciso di vedere l’alba sul Bromo da una prospettiva privilegiata. Ok, decisamente non siamo soli! Ma finchè sono altri matti scalatori, nessun problema, quanti potremo mai essere! Poi però in lontananza iniziamo a sentire anche un rumore assordante come di auto, che si avvicina sempre di più: sono le carovane di Jeep che portano i turisti dei tour organizzati a vedere l’alba sul Bromo, dopo una scorrazzata rumorosissima nel mare di sabbia. E qui Indiana Jones ci guarda con schifo mentre si allontana volteggiando da un ramo all’altro con la sua fedele frusta.

Quando arriviamo in cima abbiamo le gambe anchilosate dal freddo e dalla fatica. Ogni singolo centimetro è occupato da qualche scalatore più veloce di noi. Iniziamo a farci la famosa domanda ma-chi-ce-l’ha-fatto-fare, quando la luce inizia a diventare rosata e pian piano il sole fa capolino, baciando con i suoi primi raggi la colonna di fumo denso che sale dalla cima del Bromo. Restiamo come dei baccalà, immobili e senza parlare per qualche minuto, a goderci quel panorama mozzafiato. E tra la folla, mi sembra addirittura di scorgere il cappello di Indiana Jones; o forse è solo la mia immaginazione!

Quella stessa mattina ripartiamo verso la nostra prossima destinazione: una nuova levataccia, una nuova sfacchinata notturna verso la cima del vulcano di Ijen tra i residui di zolfo che brillano nella notte come led blu fosforescente. Deve essere uno spettacolo esaltante. Peccato che noi non riusciamo a vederlo neanche di sfuggita, grazie alla disorganizzazione dei nostri vecchi amici dell’agenzia viaggi di Probbolingo che ci offrono un’escursione dal Bromo fino a Bali, passando per Ijen. A prima vista sembra perfetto, visto che poi dobbiamo proseguire verso Bali via traghetto. Peccato che fanno male i conti e nelle piccole guesthouse ai piedi del vulcano non c’è più posto. Ci portano quindi nella prima disponibile che sta nel loro budget, ossia un allevamento di zanzare a più di un’ora di auto dalla nostra meta. Arriviamo che è già notte inoltrata e ci fanno capire che ormai è troppo tardi per sperare di arrivare a Ijen in tempo per la salita notturna. Protestiamo, ma ovviamente questi si sono presi i soldi e ora fanno orecchie da mercante. Riusciamo almeno a spuntare una camera non infestata dagli insetti e andiamo a letto delusi e stanchi.

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Per fortuna ci svegliamo di nuovo carichi di aspettative: ok non vedremo lo zolfo scintillare nella notte, ma almeno potremo vedere il panorama dalla cima del vulcano, uno tra i più vicini al confine sud di Java, da cui nelle giornate terse si riesce a vedere persino lo stretto che separa Java da Bali. Quando arriviamo in cima, ci rendiamo conto che siamo anche abbastanza pochi: non dobbiamo sgomitare per fare una foto alla bocca del vulcano e riusciamo a goderci il posto senza gli schiamazzi della folla. Il posto poi è talmente magico, anche alla luce del giorno, che il cuore si fa leggero come un palloncino e veleggia tra le nuvole basse appoggiate qua e là sulle rocce zolfate, direzione: Bali.

Post collegati: Indonesia – Java, Bali e Isole Gili; Indonesia #1 – Una fastidiosa compagna di viaggio; Indonesia 3# – TBD

Sri Lanka #5 – STUPAAAAA!!!

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Ciò che colpisce del distretto culturale è la presenza costante del Buddha. Sia a Dambulla, nei templi rupestri, sia nell’area archeologica di Polonnaruwa,il peso dell’iconografia buddhista è pesante come un macigno: il Buddha è protagonista sempre e comunque, con innumerevoli statue in tutte le posizioni consentite; quindi 1) sdraiato e 2) seduto.

 

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Gli stupa, invece, sono misteriosi: per noi abituati a luoghi di culto con porte fatte per accogliere il pellegrino all’interno, questi enormi blocchi di pietra fatti per essere osservati esclusivamente da fuori ci sorprendono e quasi ci inquietano perché non riusciamo a comprenderne fino in fondo il significato. L’impressione generale è quella di un’arte estremamente rigida, che lascia poco spazio all’estro creativo: quando ti avvicini hai già la percezione di quello che ti aspetta.

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L’eccezione più evidente, e non saprei dire se sia un bene o un male, è il Golden Temple di Dambulla, una costruzione piuttosto pacchiana quasi fumettosa con luci al neon e colori sgargianti, dalla quale sia accede ai templi rupestri.

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Totalmente fuori contesto è invece il sito di Sigiriya, la famosa rocca che sulla sommità ospitava un antico monastero, di cui oggi non rimangono che le rovine. Dalla cima si gode un panorama che spazia in ogni direzione su pianure, giungla, laghi e montagne. Quando ci si arriva, finalmente, dopo aver salito i gradini di una stretta scala di ferro, l’emozione è palpabile. Capiamo perché i monaci che l’hanno costruito hanno scelto proprio questo luogo: sembra di essere in cima al mondo.

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Canarie #3 – L’inaspettato fascino delle nuvole grigie e del vento forte

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Terra rossa e nera e sassi, tanti. Vento che scolpisce; sabbia sui capelli, sulla pelle, negli occhi. Qui non arriva l’odore del mare, solo la puzza degli asini e della merda di capra. Stiamo nel silenzio; i posti come questo lo meritano. Il mare grigio si fa tutto spuma vicino alla riva, mentre il vento lo spazzola. I letti dei fiumi sono vecchie ferite nel corpo delle montagne. Vomito. Non so se è la macchina o la desolazione del deserto che ci circonda.

Cofete, Gennaio 2012

Dal traghetto salutiamo gli edifici bassi e bianchi di Playa Blanca, l’ultimo baluardo a Sud di Lanzarote, e in poche ore approdiamo a Corralejo, il porto di Fuerteventura più vicino. Fuerteventura, lo capiamo immediatamente, ha una natura molto più selvaggia; è evidente che qui non hanno avuto un Manrique a sottolineare le bellezze paesaggistiche dell’isola. Tutto ha un fascino più ruspante e meno pettinato, e ci piace un sacco. La nostra prima escursione è al Parco Naturale del Corralejo: un mare di dune di sabbia dorata, soffice come cipria, che in un attimo ci trasporta con la mente nel cuore del Sahara. Ci guardiamo intorno un po’ preoccupati alla ricerca di carovane berbere o oasi lussureggianti dove riprendere le forze, finchè lo sguardo non si posa sulla striscia blu dell’oceano, che ci rincuora: non siamo dispersi nell’immenso deserto nord-africano; sono queste Canarie che continuano a mimetizzarsi con i Paesi vicini in un gioco di specchi costante! Possiamo finalmente rilassarci e goderci il panorama. Dopo esserci rotolati giù dalle dune come bambini fino a spomparci completamente, andiamo a sonnecchiare sulla spiaggia più vicina. Come sempre c’è molto vento, ma riusciamo a scovare un posticino dentro uno dei piccoli fortini di pietre e sabbia che costellano la spiaggia, proprio per ripararsi dal vento. Sono scoperti, ma come impariamo presto dai nostri vicini, una coppia di nudisti tedeschi, sistemando bene gli asciugamani a mo’ di soffitto, si può ottenere una privacy quasi totale.

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Il giorno dopo partiamo alla volta del villaggio di pescatori El Cotillo, sulla costa nord occidentale dell’isola, famoso per il tramonto sull’oceano e per essere una piccola enclave isolatissima. Isolata lo è: ci mettiamo ore per arrivarci e nel mezzo non troviamo altro che terra pietrosa, vento e arbusti. In questo periodo dell’anno è anche poco frequentato, sicuramente in estate o in primavera bisognerà picchiarsi per accaparrarsi un posto in prima fila per godersi il tramonto sull’oceano: noi invece dividiamo volentieri il tetto di una torricciola di avvistamento in rovina con una famigliola spagnola e un cagnolone peloso che si stravacca di fianco a noi, evidentemente provato dalla giornata faticosa.

Non appena cala il sole sprofondiamo nel buio più completo, quasi non riusciamo più ad orientarci. Il vento sembra essersi alzato ancora di più. L’oceano, una distesa nera, come tutto il resto, urla ancora più forte di prima: sarà per ricordarci che è sempre lì, anche se non possiamo vederlo? Ci prende un lieve timore ancestrale, per quegli elementi così incontrollabili, che non riusciamo più a stare vicini alla spiaggia. Andiamo a cena in un ristorantino dell’interno dove il rumore dell’oceano arriva più attutito e appena finito scappiamo a gambe levate verso casa senza voltarci indietro. In fondo non c’è più niente da vedere.

La Oliva e Betancuria

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Eccoci catapultati in un vecchio film spaghetti western: gli edifici bassi in pietra dipinti di bianco, stradicciole polverose color ocra, la Casa de los Coroneles, un casermone staccato dal piccolo centro, ma abbastanza vicino da mantenerne il controllo. IMGP3584E assolutamente nessuno in giro, a parte noi due. L’unica cosa che stona in questo quadretto è il profilo del vulcano che fa da sfondo: non sono esperta di spaghetti western, ma dubito che i vulcani fossero inclusi nel pacchetto. La Oliva decisamente ha perso il fermento che doveva avere secoli fa quando era ancora la capitale di Fuerteventura e le milizie spagnole, fuori dal controllo diretto della corona, spadroneggiavano sulla popolazione locale, proprio da qui. Gli resta il fascino della decadenza e dell’isolamento. Lo stesso fascino che si respira anche più a Sud a Betancuria. IMGP3606La posizione è invidiabile: ben nascosto dalle colline circostanti e dalla vegetazione, sempre per ingannare i soliti pirati, il villaggiofu fondato da Jean de Bethencourt e ampliato successivamente dai francescani, come dimostrano l’imponente Iglesia de Santa María e le rovine del vicino monastero. Per un panorama completo, il consiglio è di salire al Mirador Morro Velosa, da cui si gode di una vista che spazia non solo su Betancuria, ma su tutto il Parco Naturale che sta alle sue spalle e da cui prende il nome.

Cofete

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Dopo solo un giorno nell’interno dell’isola ci manca l’oceano, per cui senza troppi complimenti ci rimettiamo in viaggio verso la Penisola di Jandía, a sud. Il nostro obbiettivo è la spiaggia di Cofete, la più difficile da raggiungere e quindi per noi la più affascinante di tutta l’isola. Per arrivarci attraversiamo tutto il Parco Naturale di Jandía, fatto di colline verdi e spoglie scogliere rocciose. È dietro una delle tante curve che ci riserva la strada verso Cofete, che ci imbattiamo nello scheletro di una chiesa in rovina, ormai preda della vegetazione circostante: una vera e propria cattedrale nel deserto; un deserto fatto di piante verdi e arbusti spinosi.

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Proseguendo verso le scogliere occidentali il vento aumenta, la vegetazione diminuisce e le strade diventano sempre più dissestate. All’orizzonte si ammassano nuvole scure, ma noi non ci arrendiamo.
Siamo decisi ad arrivare fino a Cofete e quando finalmente ci arriviamo, il tempo nuvolo, le goccioline di pioggia, i cavalloni grigi del mare, perfino il minuscolo cimitero spoglio di tombe senza nome, tutto sembra perfettamente calibrato per non disattendere le nostre aspettative: volevamo un posto di frontiera, grezzo e senza fronzoli, dove rimettere tutto in prospettiva. Ce lo abbiamo davanti. Non c’è che dire.

Mentre sto lì in silenzio capisco che questo posto rimarrà scolpito nella mia mente come uno dei più speciali in cui sia mai stata.

E così anche l’avventura canaria è finita qui. Quale parte del viaggio vi è piaciuta di più? Scrivetemelo nei commenti qui sotto ;D

Al prossimo viaggio!

Post collegati: Lanzarote e Fuerteventura; Canarie #1 – L’artista, la sua ossessione e la sua isola; Canarie #2 – Welcome to the Moon

5 modi in cui immagino i lettori di Poetica di Viaggio in vacanza

Buon Viaggio!

Ve lo dico adesso, quando c’è ancora una micro-speranza che non siate già tutti partiti verso mete più o meno esotiche, troppo presi dalle vostre personali avventure di viaggio per leggere questo blog. E starete nell’ordine:

  1. scalando un vulcano indonesiano nel buio della notte illuminata soltanto dalle lucette frontali dei pochi altri pazzi che vi hanno seguito; il tutto per rimirare l’alba da un cucuzzolo infuocato;
  2. giocando a rimpiattino con i delfini nel meraviglioso mar dei Caraibi, immaginando di essere a bordo di un veliero spagnolo del ‘500 alla scoperta del Nuovo Mondo;
  3. in fila sul traghetto per Skopelos, mentre canticchiate le canzoni degli Abba sentendovi più bravi di Meryl Streep in Mamma Mia! 
  4. aspettando la Big Cahuna, la vostra onda perfetta, in una spiaggia Hawaiana mentre vi bevete una birra ghiacciata all’ombra della vegetazione rigogliosa che lambisce il bagnasciuga;
  5. scappando a gambe levate da un innocuo varano che, complice la lontananza e la malcelata agitazione per ogni cosa si muova su terra australiana, avete scambiato per un coccodrillo affamato.

Ci ho azzeccato? Scrivetemelo nei commenti, così magari viene fuori qualche suggerimento interessante per i miei prossimi vagabondaggi.

Con i nuovi post invece ci rivediamo a settembre 😀

Malaysian Life #2 – Se piaci al proprietario, qualunque prezzo è possibile!

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28/11/2015 – Sono passate due settimane esatte dal mio atterraggio sul suolo malese. Ho comprato la piastra per capelli, un fohn e un set per la manicure. Ma questa è solo una minima parte dei cambiamenti che ho affrontato in queste prime settimane da expat.

Innanzitutto, dopo solo una settimana ho trovato la casa dei miei sogni asiatici. Ha tutto: accogliente, luminosa, vicino al centro e all’ufficio, sul tetto ha una palestra e una piscina con vista sulle Petronas – unica pecca: i fiori finti sparsi per tutta casa, a cui sto disperatamente cercando di abituarmi. Ma soprattutto posso permettermela! Questa è la cosa fantastica dell’Asia: generalmente è tutto abbastanza economico e se sai contrattare, riesci a spuntare prezzi per noi occidentali impensabili!

Io chiaramente a contrattare sono una capra e quindi ho lasciato a Charlotte, l’agente immobiliare che mi ha fissato l’appuntamento per vedere la casa, l’arduo compito. Lei da buona cinese-malese come prima cosa mi ha detto: “se piaci al proprietario, qualunque prezzo è possibile!”. In quel momento ho capito che era la donna che faceva per me.

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E non mi sono sbagliata per nulla. Diciamo anche che sono stata molto fortunata, visto che i proprietari di casa mia sono tra le persone a me estranee più premurose che io abbia mai conosciuto. Mi danno consigli culturali su come trattare con gli asiatici in ufficio; si preoccupano che esca da sola la sera e mi fanno raccomandazioni che neanche i miei genitori; si materializzano a casa prima di cena solo per consegnarmi tonnellate di utensili da cucina e oggetti d’arredamento nuovi di zecca. Io non ho mai affittato casa, ma questo comportamento mi sembra a dir poco raro. Credo, anzi ormai ne ho la certezza, che i miei padroni di casa mi abbiano spiritualmente adottato.

Intanto ho anche cominciato a lavorare nel nuovo ufficio. Giudizi lavorativi a parte – è ancora troppo presto e non ho elementi sufficienti – una cosa l’ho capita; e l’ho capita esattamente alle 14.30 del mio terzo giorno di lavoro, durante un brainstorming d’ufficio: ai Malesi piace mangiare. Ma non nel senso ricercato, quasi hipster, che intendiamo noi – e con noi intendo noi italiani. I Malesi non sono alla ricerca della prelibatezza introvabile, nè dell’armonia perfetta creata con sapori contrastanti. Loro sono bulimici. Mangiano ossessivamente, senza soluzione di continuità, passando dalla colazione alla pausa di metà mattina, al pranzo, alla pausa di metà pomeriggio, alla cena, il tutto inframmezzato da montagne di snack di ogni varietà.

A cuor leggero. Per quanto riguarda lo stomaco sto ancora cercando di capire.