Sri Lanka #5 – STUPAAAAA!!!

Ciò che colpisce del distretto culturale è la presenza costante del Buddha. Sia a Dambulla, nei templi rupestri, sia nell’area archeologica di Polonnaruwa, il peso dell’iconografia buddhista è pesante come un macigno: il Buddha è protagonista sempre e comunque, con innumerevoli statue in tutte le posizioni consentite; quindi 1) sdraiato e 2) seduto.

Gli stupa, invece, sono misteriosi: per noi abituati a luoghi di culto con porte fatte per accogliere il pellegrino all’interno, questi enormi blocchi di pietra fatti per essere osservati esclusivamente da fuori ci sorprendono e quasi ci inquietano perché non riusciamo a comprenderne fino in fondo il significato. L’impressione generale è quella di un’arte estremamente rigida, che lascia poco spazio all’estro creativo: quando ti avvicini hai già la percezione di quello che ti aspetta.

L’eccezione più evidente, e non saprei dire se sia un bene o un male, è il Golden Temple di Dambulla, una costruzione piuttosto pacchiana quasi fumettosa con luci al neon e colori sgargianti, dalla quale sia accede ai templi rupestri.
Totalmente fuori contesto è invece il sito di Sigiriya, la famosa rocca che sulla sommità ospitava un antico monastero, di cui oggi non rimangono che le rovine. Dalla cima si gode un panorama che spazia in ogni direzione su pianure, giungla, laghi e montagne. Quando ci si arriva, finalmente, dopo aver salito i gradini di una stretta scala di ferro, l’emozione è palpabile. Capiamo perché i monaci che l’hanno costruito hanno scelto proprio questo luogo: sembra di essere in cima al mondo.

Post collegati: Sri Lanka; Sri Lanka #1 – Com’è cominciata; Sri Lanka #2 – “E ricorda, un elefante non dimentica niente!”; Sri Lanka #3 – Indovina chi viene..per il tè; Sri Lanka #4 -I Denti finti del Buddha

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Canarie #3 – L’inaspettato fascino delle nuvole grigie e del vento forte

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Terra rossa e nera e sassi, tanti. Vento che scolpisce; sabbia sui capelli, sulla pelle, negli occhi. Qui non arriva l’odore del mare, solo la puzza degli asini e della merda di capra. Stiamo nel silenzio; i posti come questo lo meritano. Il mare grigio si fa tutto spuma vicino alla riva, mentre il vento lo spazzola. I letti dei fiumi sono vecchie ferite nel corpo delle montagne. Vomito. Non so se è la macchina o la desolazione del deserto che ci circonda.

Cofete, Gennaio 2012

Dal traghetto salutiamo gli edifici bassi e bianchi di Playa Blanca, l’ultimo baluardo a Sud di Lanzarote, e in poche ore approdiamo a Corralejo, il porto di Fuerteventura più vicino. Fuerteventura, lo capiamo immediatamente, ha una natura molto più selvaggia; è evidente che qui non hanno avuto un Manrique a sottolineare le bellezze paesaggistiche dell’isola. Tutto ha un fascino più ruspante e meno pettinato, e ci piace un sacco. La nostra prima escursione è al Parco Naturale del Corralejo: un mare di dune di sabbia dorata, soffice come cipria, che in un attimo ci trasporta con la mente nel cuore del Sahara. Ci guardiamo intorno un po’ preoccupati alla ricerca di carovane berbere o oasi lussureggianti dove riprendere le forze, finchè lo sguardo non si posa sulla striscia blu dell’oceano, che ci rincuora: non siamo dispersi nell’immenso deserto nord-africano; sono queste Canarie che continuano a mimetizzarsi con i Paesi vicini in un gioco di specchi costante! Possiamo finalmente rilassarci e goderci il panorama. Dopo esserci rotolati giù dalle dune come bambini fino a spomparci completamente, andiamo a sonnecchiare sulla spiaggia più vicina. Come sempre c’è molto vento, ma riusciamo a scovare un posticino dentro uno dei piccoli fortini di pietre e sabbia che costellano la spiaggia, proprio per ripararsi dal vento. Sono scoperti, ma come impariamo presto dai nostri vicini, una coppia di nudisti tedeschi, sistemando bene gli asciugamani a mo’ di soffitto, si può ottenere una privacy quasi totale.

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Il giorno dopo partiamo alla volta del villaggio di pescatori El Cotillo, sulla costa nord occidentale dell’isola, famoso per il tramonto sull’oceano e per essere una piccola enclave isolatissima. Isolata lo è: ci mettiamo ore per arrivarci e nel mezzo non troviamo altro che terra pietrosa, vento e arbusti. In questo periodo dell’anno è anche poco frequentato, sicuramente in estate o in primavera bisognerà picchiarsi per accaparrarsi un posto in prima fila per godersi il tramonto sull’oceano: noi invece dividiamo volentieri il tetto di una torricciola di avvistamento in rovina con una famigliola spagnola e un cagnolone peloso che si stravacca di fianco a noi, evidentemente provato dalla giornata faticosa.

Non appena cala il sole sprofondiamo nel buio più completo, quasi non riusciamo più ad orientarci. Il vento sembra essersi alzato ancora di più. L’oceano, una distesa nera, come tutto il resto, urla ancora più forte di prima: sarà per ricordarci che è sempre lì, anche se non possiamo vederlo? Ci prende un lieve timore ancestrale, per quegli elementi così incontrollabili, che non riusciamo più a stare vicini alla spiaggia. Andiamo a cena in un ristorantino dell’interno dove il rumore dell’oceano arriva più attutito e appena finito scappiamo a gambe levate verso casa senza voltarci indietro. In fondo non c’è più niente da vedere.

La Oliva e Betancuria

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Eccoci catapultati in un vecchio film spaghetti western: gli edifici bassi in pietra dipinti di bianco, stradicciole polverose color ocra, la Casa de los Coroneles, un casermone staccato dal piccolo centro, ma abbastanza vicino da mantenerne il controllo. IMGP3584E assolutamente nessuno in giro, a parte noi due. L’unica cosa che stona in questo quadretto è il profilo del vulcano che fa da sfondo: non sono esperta di spaghetti western, ma dubito che i vulcani fossero inclusi nel pacchetto. La Oliva decisamente ha perso il fermento che doveva avere secoli fa quando era ancora la capitale di Fuerteventura e le milizie spagnole, fuori dal controllo diretto della corona, spadroneggiavano sulla popolazione locale, proprio da qui. Gli resta il fascino della decadenza e dell’isolamento. Lo stesso fascino che si respira anche più a Sud a Betancuria. IMGP3606La posizione è invidiabile: ben nascosto dalle colline circostanti e dalla vegetazione, sempre per ingannare i soliti pirati, il villaggiofu fondato da Jean de Bethencourt e ampliato successivamente dai francescani, come dimostrano l’imponente Iglesia de Santa María e le rovine del vicino monastero. Per un panorama completo, il consiglio è di salire al Mirador Morro Velosa, da cui si gode di una vista che spazia non solo su Betancuria, ma su tutto il Parco Naturale che sta alle sue spalle e da cui prende il nome.

Cofete

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Dopo solo un giorno nell’interno dell’isola ci manca l’oceano, per cui senza troppi complimenti ci rimettiamo in viaggio verso la Penisola di Jandía, a sud. Il nostro obbiettivo è la spiaggia di Cofete, la più difficile da raggiungere e quindi per noi la più affascinante di tutta l’isola. Per arrivarci attraversiamo tutto il Parco Naturale di Jandía, fatto di colline verdi e spoglie scogliere rocciose. È dietro una delle tante curve che ci riserva la strada verso Cofete, che ci imbattiamo nello scheletro di una chiesa in rovina, ormai preda della vegetazione circostante: una vera e propria cattedrale nel deserto; un deserto fatto di piante verdi e arbusti spinosi.

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Proseguendo verso le scogliere occidentali il vento aumenta, la vegetazione diminuisce e le strade diventano sempre più dissestate. All’orizzonte si ammassano nuvole scure, ma noi non ci arrendiamo.
Siamo decisi ad arrivare fino a Cofete e quando finalmente ci arriviamo, il tempo nuvolo, le goccioline di pioggia, i cavalloni grigi del mare, perfino il minuscolo cimitero spoglio di tombe senza nome, tutto sembra perfettamente calibrato per non disattendere le nostre aspettative: volevamo un posto di frontiera, grezzo e senza fronzoli, dove rimettere tutto in prospettiva. Ce lo abbiamo davanti. Non c’è che dire.

Mentre sto lì in silenzio capisco che questo posto rimarrà scolpito nella mia mente come uno dei più speciali in cui sia mai stata.

E così anche l’avventura canaria è finita qui. Quale parte del viaggio vi è piaciuta di più? Scrivetemelo nei commenti qui sotto ;D

Al prossimo viaggio!

Post collegati: Lanzarote e Fuerteventura; Canarie #1 – L’artista, la sua ossessione e la sua isola; Canarie #2 – Welcome to the Moon

5 modi in cui immagino i lettori di Poetica di Viaggio in vacanza

Buon Viaggio!

Ve lo dico adesso, quando c’è ancora una micro-speranza che non siate già tutti partiti verso mete più o meno esotiche, troppo presi dalle vostre personali avventure di viaggio per leggere questo blog. E starete nell’ordine:

  1. scalando un vulcano indonesiano nel buio della notte illuminata soltanto dalle lucette frontali dei pochi altri pazzi che vi hanno seguito; il tutto per rimirare l’alba da un cucuzzolo infuocato;
  2. giocando a rimpiattino con i delfini nel meraviglioso mar dei Caraibi, immaginando di essere a bordo di un veliero spagnolo del ‘500 alla scoperta del Nuovo Mondo;
  3. in fila sul traghetto per Skopelos, mentre canticchiate le canzoni degli Abba sentendovi più bravi di Meryl Streep in Mamma Mia! 
  4. aspettando la Big Cahuna, la vostra onda perfetta, in una spiaggia Hawaiana mentre vi bevete una birra ghiacciata all’ombra della vegetazione rigogliosa che lambisce il bagnasciuga;
  5. scappando a gambe levate da un innocuo varano che, complice la lontananza e la malcelata agitazione per ogni cosa si muova su terra australiana, avete scambiato per un coccodrillo affamato.

Ci ho azzeccato? Scrivetemelo nei commenti, così magari viene fuori qualche suggerimento interessante per i miei prossimi vagabondaggi.

Con i nuovi post invece ci rivediamo a settembre 😀

Malaysian Life #2 – Se piaci al proprietario, qualunque prezzo è possibile!

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28/11/2015 – Sono passate due settimane esatte dal mio atterraggio sul suolo malese. Ho comprato la piastra per capelli, un fohn e un set per la manicure. Ma questa è solo una minima parte dei cambiamenti che ho affrontato in queste prime settimane da expat.

Innanzitutto, dopo solo una settimana ho trovato la casa dei miei sogni asiatici. Ha tutto: accogliente, luminosa, vicino al centro e all’ufficio, sul tetto ha una palestra e una piscina con vista sulle Petronas – unica pecca: i fiori finti sparsi per tutta casa, a cui sto disperatamente cercando di abituarmi. Ma soprattutto posso permettermela! Questa è la cosa fantastica dell’Asia: generalmente è tutto abbastanza economico e se sai contrattare, riesci a spuntare prezzi per noi occidentali impensabili!

Io chiaramente a contrattare sono una capra e quindi ho lasciato a Charlotte, l’agente immobiliare che mi ha fissato l’appuntamento per vedere la casa, l’arduo compito. Lei da buona cinese-malese come prima cosa mi ha detto: “se piaci al proprietario, qualunque prezzo è possibile!”. In quel momento ho capito che era la donna che faceva per me.

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E non mi sono sbagliata per nulla. Diciamo anche che sono stata molto fortunata, visto che i proprietari di casa mia sono tra le persone a me estranee più premurose che io abbia mai conosciuto. Mi danno consigli culturali su come trattare con gli asiatici in ufficio; si preoccupano che esca da sola la sera e mi fanno raccomandazioni che neanche i miei genitori; si materializzano a casa prima di cena solo per consegnarmi tonnellate di utensili da cucina e oggetti d’arredamento nuovi di zecca. Io non ho mai affittato casa, ma questo comportamento mi sembra a dir poco raro. Credo, anzi ormai ne ho la certezza, che i miei padroni di casa mi abbiano spiritualmente adottato.

Intanto ho anche cominciato a lavorare nel nuovo ufficio. Giudizi lavorativi a parte – è ancora troppo presto e non ho elementi sufficienti – una cosa l’ho capita; e l’ho capita esattamente alle 14.30 del mio terzo giorno di lavoro, durante un brainstorming d’ufficio: ai Malesi piace mangiare. Ma non nel senso ricercato, quasi hipster, che intendiamo noi – e con noi intendo noi italiani. I Malesi non sono alla ricerca della prelibatezza introvabile, nè dell’armonia perfetta creata con sapori contrastanti. Loro sono bulimici. Mangiano ossessivamente, senza soluzione di continuità, passando dalla colazione alla pausa di metà mattina, al pranzo, alla pausa di metà pomeriggio, alla cena, il tutto inframmezzato da montagne di snack di ogni varietà.

A cuor leggero. Per quanto riguarda lo stomaco sto ancora cercando di capire.

Sri Lanka #4 – I Denti finti del Buddha

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Da Haputale a Kandy non si può non andare in treno (210 Rs). La tratta è una delle più affascinanti di tutto lo Sri Lanka. Passa attraverso le montagne e costeggia le piantagioni di tè offrendo panorami pazzeschi anche per me che soffro un po’ di vertigini. L’unico neo è che treni ce ne sono pochi e quindi l’affollamento è garantito, se poi come noi decidete di non prenotare in anticipo le carrozze di prima classe, state pur certi che le 8 ore di viaggio ve le farete per gran parte in piedi. Soprattutto se, come noi, a Kandy decidete di arrivarci nell’unica sera dell’anno in cui si trasforma nel centro dei pellegrinaggi buddhisti di tutta l’Asia: l’ultimo giorno della grande Hesala Perahera, ossia la grande parata che porta in giro per la città il Dente di Buddha, la reliquia buddhista più importante al mondo. Ci prepariamo per salire sul treno come fossimo in battaglia: osservazione dei locali per capire le loro mosse, divisione dei ranghi secondo la strategia ognuno-per-sé-Dio-per-tutti, che statisticamente dà più probabilità di riuscita, e posizionamento strategico vicino agli altri turisti, secondo l’altra ben nota strategia i-locali-non-li-freghi, quindi cerca una vittima alla tua portata, normalmente anziani o coppie di mezza età. Meglio stare lontani dalle famiglie con bambini, i genitori trovano energie insospettabili quando si tratta del benessere dei propri figli. Alla fine riusciamo a trovare un posto su quattro, finchè dopo qualche ora un’intera famiglia che sta per scendere ci fa segno di prendere i loro posti: una gentilezza sorprendente, ma all’ordine del giorno in Sri Lanka.

Tornando alla parata, in realtà, il dente “vero” non si muove dal tempio in cui è custodito: tutta la parata viene fatta con tante copie, che comunque non vengono mai mostrate. E dato che tutta questa pudicizia a noi occidentali non ci è proprio familiare, 1407766615802tutti noi quattro rimaniamo un po’ perplessi: tutto quel casino per dei denti finti! 
La sfilata in sé non è male: i denti sono portati in groppa ad elefanti enormi tutti ricoperti di tessuti colorati e lucine che rendono perfettamente l’atmosfera festosa: la gente, però, non sembra entusiasta, rimane molto composta, in un atteggiamento eccessivamente devoto: sarà che veniamo da un Paese in cui le emozioni si esprimono con una foga esagerata in qualunque occasione, ma non riusciamo a farci prendere. Tentiamo una maldestra fuga, senza considerare che siamo al centro del percorso circolare della parata e i poliziotti non ci permettono di uscirne fino alla conclusione, intorno a mezzanotte passata.

La nostra guesthouse Greenwoods, prenotata su consiglio dei nostri compagni di viaggio temporanei, si rivela una scelta eccellente: economica, vicina al centro della città, seppur affacciata sulla giungla, ottima colazione e la migliore camera di tutto il viaggio, dopo quella di Galle. La mattina mentre facciamo colazione vediamo anche una fila di circa 30 scimmie che dalla giungla si avviano verso la città e si fermano a spulciarsi proprio sul balcone della sala comune: (almost) into the wild!

Quel giorno come di rito ha piovuto; eh sì perché come ci ha spiegato il nostro padrone di casa, la parata è una tradizione centenaria che ha come obbiettivo la pioggia. Non so come sia andata in passato, ma devo dire che noi ce la siamo beccata tutta, la tanto desiderata pioggia. Così rinunciamo alla visita ai giardini botanici di Peradeniya, e optiamo per l’asciutto tempio del Sacro Dente (2000 Rs). Premettiamo che, sarà un mio problema ma i templi e l’iconografia buddhista non mi sconvolgono: non riesco ad estraniarmi completamente per minuti interi osservando uno stupa o una statua del Buddha nella posizione del fiore di loto, cosa che non andrà a mio vantaggio durante le visite al distretto culturale di Polonnaruwa. Però devo ammettere che il tempio del Sacro Dente vale una visita anche se non siete amanti dell’arte buddhista. Il palazzo è grande e al centro ospita il sacro Dente di Buddha talmente impacchettato nelle sue poliedriche e decoratissime protezioni da rimanere invisibile agli sguardi di turisti e pellegrini: in reltà anche fosse stato visibile la coda per ammirarlo è talmente lunga che non è possibile sostare davanti al reliquiario per più di 15 secondi esatti senza essere gentilmente invitati a proseguire da uno specifico addetto munito di cronometro. I giardini circostanti sono grandi e ben curati e durante i giorni della Parerha ospitano gli elefanti che si possono osservare non incatenati, almeno qui!

Più per il panorama sulla città, invece, consiglio una visita al tempio situato sulla collina di Kandy: anche senza il nome lo troverete facilmente visto che è sovrastato da una statua bianca del Buddha alta come una casa da 4 piani e si vede da ogni punto della città. Dopo la sfacchinata per raggiungerlo se vi viene fame, tornate sui vostri passi fino ai piedi della collina: all’incrocio sulla destra troverete un posticino vegetariano, con in vetrina una signora sorridente che cucina qualcosa di vagamente simile a crepes: sono masala dosa, deliziose crepes di lenticchie e riso condite con verdure freschissime saltate in padella e speziate. Spero vi piaccia il piccante!  

Post collegati: Sri Lanka; Sri Lanka #1 – Com’è cominciata; Sri Lanka #2 – “E ricorda, un elefante non dimentica niente!”; Sri Lanka #3 – Indovina chi viene..per il tè; Sri Lanka #5 – STUPAAAAA!!!

Li/z/etta..ma la ricetta?!

Stasera fettine panate?

Questo è quello che succede quando la nostra cuoca amatoriale multietnica Li/z/etta è in altre baby-faccende affaccendata. A sostituirla non ci penso neanche per un nano-secondo, e se mi conosceste non avresti dubbi nell’assecondare questa decisione.

Quindi ci rivedremo con questa rubrica deliziosa non appena la nostra Li/z/etta avrà trovato il suo nuovo equilibrio da mamma. Noi nel frattempo l’aspettiamo con l’acquolina in bocca. Sulla fiducia.

Tanti Auguri Li/z/etta!

Messico – Chiapas e Yucatán

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Questo è stato un viaggio di avvicinamento. Avvicinamento al continente sud-americano, dove non avevamo mai messo piede prima, e a un Paese, il Messico, che più di ogni altro, nelle nostre menti di italiani post-Puerto Escondido, si identifica con la ricerca della libertà, la scoperta di una vita radicalmente nuova, scandita da ritmi più umani. Ma soprattutto con il raggiungimento di quella consapevolezza profonda che ci aiuta a stabilire cosa è veramente importante per noi stessi, al di là di ogni aspettativa sociale.

Avvicinamento, dunque. Perché, ovviamente, nelle nostre 2 misere settimane di vacanza non abbiamo avuto nessuna illuminazione trascendentale riguardo questi temi così profondi; non abbiamo fatto in tempo! Eravamo troppo presi dalle faticosissime scarpinate per raggiungere le vette dei templi Maya disseminati nella giungla messicana al confine con il Guatemala. O dalle traversate al cardiopalma del Cañon del Sumidero, dove gli alligatori affamati, sempre allerta nelle profondità delle acque melmose, non aspettavano altro che il passo falso di qualche incauto turista. Oppure ancora, dalle discese nelle profondità di caverne buie, tagliate solo da sottili lame di luce, dove poterci rinfrescare tra le acque limpide dei cenotes sotterraei. Il tutto intervallato da lunghi spostamenti in aereo, autobus e traghetto, che ci hanno portato da Città del Messico fino a Isla Mujeres, passando per il Chiapas e lo Yucatán. Trovate la mappa dell’itinerario di viaggio qui.

Molto ancora ci sarebbe piaciuto vedere, da Puebla nel Nord del Paese, che si dice sia la cittadina da dove vengono tutti i cuochi messicani degli Stati Uniti, a Oaxaca, la capitale gastronomica del Messico, fino a Puerto Escondido, perché no, e a Boca del Cielo, località ancora più sperduta e incontaminata della costa pacifica messicana, destinazione dei protagonisti del film Y tu mamá, también di Alfonso Cuarón.

Ma come dicevo, questo è stato solo un avvicinamento.

Forse la prossima volta, percorrendo una strada polverosa che taglia il deserto messicano in direzione oceano Pacifico, saremo colti da quell’illuminazione profonda che fa vacillare le certezze e fa rimettere in discussione tutta la vita e che il Messico, grande Paese di frontiera, di conquista, dovrebbe ispirare.

Scheda del Viaggio

Quando: Aprile 2014

Durata: 2 settimane

Con chi: Marco, Sara e Luigi

Guida: Lonely Planet

Moneta: Peso Messicano

Film: Y tu mamá, también

Must see: Cañon del Sumidero, Chichen Itza, Cenotes, Isla Mujeres

Accessori indispensabili: pantaloni accorciabili; cappello a tesa larga e spirito d’avventura

Post collegati: Messico #1 – TBD; Messico #2 – TBD; Messico #3 – TBD; Messico #4 – TBD